LA CATTEDRA DI PIETRO
Dal ”trono della verità” uno sguardo universale sui credenti in Cristo
La celebrazione della Cattedra di S. Pietro potrebbe evocare risonanze trionfalistiche e una presa di potere che soggiogherebbe il Vangelo, ad opera della Chiesa Cattolica, di cui Benedetto XVI, è il Pontefice.
L’omelia di oggi 19 febbraio invece, liberata da questo pregiudizio, conduce ad un’ampiezza di sapere teologico, ad una profondità di fede, ad un cuore aperto e dilatato che fondano “il servizio del Vangelo”, non l’impostura del potere.
Il centro pulsante è la professione di fede di Pietro che, accolto un soffio dello Spirito, lo fa giungere fino a noi in una catena secolare di testimoni, esprimendo “la propria salda fede in Gesù, il Figlio di Dio ed il Messia promesso”. Ecco “la missione” di Pietro, non il temperamento di Simone.
Benedetto XVI ben conosce J. Jeremias, esimio esegeta della Comunione della Riforma, e a lui si riferisce per comprendere “il linguaggio simbolico della ‘roccia santa’” nella tradizione rabbinica: “Il Signore disse: ‘Come posso creare il mondo, quando sorgeranno questi senza-Dio e mi si rivolteranno contro?’. Ma quando Dio vide che doveva nascere Abramo, disse: ‘Guarda, ho trovato una roccia, sulla quale posso costruire e fondare il mondo’. Perciò egli chiamò Abramo una roccia”.
Lo sguardo per comprendere l’episodio evangelico deve poggiare nei secoli antecedenti e comprendere la paternità di Abramo: “…Guardate alla roccia da cui siete stati tagliati… ad Abramo vostro padre” (Is 51,1-2).
Il patriarca “Abramo, il padre dei credenti, con la sua fede viene visto come la roccia che sostiene la creazione”, Simone divenuto Pietro “la roccia che si oppone alle forze distruttive del male”.
La paternità del Papa sa riconoscere altri segni indicando i grandi Padri della Chiesa alla base dell’altare della Confessione: “I due Maestri dell’Oriente San Giovanni Crisostomo e sant’Atanasio, insieme con i latini, sant’Ambrogio e sant’Agostino, rappresentano la totalità della tradizione e, quindi, la ricchezza dell’espressione della vera fede dell’unica Chiesa”.
Il Papa non la concepisce come blocco di dottrine o di prassi, ma come “una finestra, il luogo in cui Dio si fa vicino, si fa incontro al nostro mondo”. Non esistenza chiusa in se stessa ma luogo di trasparenza dell’Altro: “La Chiesa è il luogo dove Dio ‘arriva’ a noi, e dove noi ‘partiamo’ verso di Lui; essa ha il compito di aprire oltre se stesso quel mondo che tende a chiudersi in se stesso e portargli la luce che viene dall’alto, senza la quale diventerebbe inabitabile” .
Se il Papa siede in trono, non avoca potere e dominio anzi offre testimonianza di fede proprio dal “trono della verità”. La Chiesa d’Oriente insegna con il suo maestro Ignazio d’Antiochia quale effettivamente sia il ruolo del Papa, colui “che presiede nella carità” (Inscr. PG 5, 801). Nella Chiesa delle origini l’eco e il rimando erano immediati all’Eucaristia, quale “Sacramentum caritatis Christi, mediante il quale Egli continua ad attirarci tutti a sé, come fece dall’alto della croce” (cfr Gv 12,32).
Presiedere di conseguenza, non comporta dettare leggi, accumulare patrimoni, controllare le persone perché si adeguino ad una sorta di dittatura ecclesiastica, bensì, evangelicamente delineare il servizio di “attirare gli uomini in un abbraccio eucaristico – l’abbraccio di Cristo -, che supera ogni barriera e ogni estraneità, e crea la comunione dalle molteplici differenze”.
Sempre nelle omelie e nei discorsi del nostro Papa affiora lo scandalo della divisione dei cristiani e quindi anche il ripensamento della missione, compito e ruolo, del Papa stesso. Tutto è espresso con limpida sintesi: “Il ministero petrino è dunque primato nell’amore in senso eucaristico, ovvero sollecitudine per la comunione universale della Chiesa in Cristo. E l’Eucaristia è forma e misura di questa comunione, e garanzia che essa si mantenga fedele al criterio della tradizione della fede”.
Uno sguardo universale sui credenti in Cristo quindi, affidato alla testimonianza reale dei neo-cardinali.