ISLAM IN EUROPA
Quasi la maggioranza degli studenti della capitale belga segue i corsi di religione islamica
Bruxelles capitale islamica d’Europa. Anche così, cercando evidentemente il sensazionalismo, qualcuno ha commentato i dati di una recente indagine del "Centre de recherche et d’information socio-politiques" (Crisp) del Belgio, che evidenzia come nella sede delle istituzioni europee, ormai quasi la maggioranza degli studenti segue i corsi di religione islamica. A seguire il corso di Islam a Bruxelles sarebbe, infatti, il 43% nelle scuole primarie e il 41,4% nelle scuole secondarie. Al secondo posto verrebbe il corso di morale non religiosa, con il 27,9% di frequenza alle primarie e 37,2% alle superiori. L’insegnamento cattolico invece coinvolge solo il 23,3% degli studenti nelle primarie e si riduce ulteriormente nei licei, arrivando al 15,2%.
Cosa succede a Bruxelles? Anzitutto la città è da tempo una delle più multietniche capitali europee, come l’inglese Londra, o la svedese Malmoe. C’è chi nota che ormai un cittadino su tre, a Bruxelles, è musulmano e il nome più diffuso è Mohamed. Questo fa capire, forse, l’allarme che per esempio ha lanciato subito un eurodeputato leghista per evidenziare come i flussi migratori abbiano ormai trasformato profondamente le caratteristiche socio-religiose della città, come ci sia il rischio di una diffusione "a macchia d’olio" di percentuali come quelle di Bruxelles e soprattutto come siano in pericolo natura e identità del Vecchio Continente.
Senza sottovalutare la situazione di Bruxelles, bisogna però ricordare che si tratta di un’eccezione. La situazione nel resto del Belgio, infatti, è ben diversa, come descrive ancora la ricerca del Crisp: nelle zone fiamminghe l’81,8% dei liceali segue corsi di educazione cattolica, il 13,1% l’etica laica e solo il 3,8% l’Islam. In quelle vallone (francofone) il corso cattolico raggiunge il 52,8%, l’Islam l’8%. Nei licei si preferisce il corso laico (64,2%), rispetto a cattolici (26,4%) e musulmani (7,8%). Difficile entrare nel merito dei numeri, di cui bisognerebbe avere con precisione modalità di rilevazione e variabili. Però, facendo un confronto sommario con dati che potrebbero essere analoghi e riferiti al 2003, riportati dalla ricerca delle Chiese cattoliche d’Europa tra il 2006 e il 2007, a proposito del Belgio francofono si scopre che allora tra infanzia e primaria l’insegnamento religioso cattolico veniva scelto dal 48% degli allievi (dunque adesso sarebbero di più) e nei licei dal 28% (per il Crisp ora sono meno). L’insegnamento islamico era al 10% tra infanzia e primaria e al 12% nei licei (dunque oggi sarebbe diminuito). La morale laica oggi è in crescita: nel 2003 era scelta dal 31% tra infanzia e primaria e dal 57% nei licei.
Il problema, dunque, non è tanto l’Islam, quanto la secolarizzazione e forse anche una concezione della religione "privata", che forse ha contagiato più le famiglie di tradizione cristiana e magari trattiene anche dall’insegnamento scolastico. Bisognerebbe, però, addentrarsi in ragionamenti complessi per cui non c’è spazio. Resta invece da rilevare come l’insegnamento religioso sia un nodo sensibile per il Belgio e più in generale per l’Europa. Anche su questo campo si misura la capacità di accogliere e valorizzare le diversità, senza dimenticare l’importanza delle tradizioni religiose e nello specifico quella cristiana per comprendere la cultura del Continente e abitarlo con responsabilità. Valorizzare l’insegnamento della religione in Europa vuol dire, da una parte, tramandare e rinverdire le radici di comunità vive e attive nei Paesi, così come può diventare un mezzo straordinario per la comprensione reciproca, il dialogo e la costruzione di una società più a misura d’uomo.