PADRE FAUSTO TENTORIO

Si continua nel suo nome

Intervista con padre Gianni Re, superiore Pime nelle Filippine

Senza testimoni oculari sarà difficile arrivare alla verità sull’omicidio di padre Fausto Tentorio, il missionario del Pime ucciso lo scorso 17 ottobre ad Arakan, Mindanao, nelle Filippine. È quanto pensa padre Gianni Re, superiore regionale del Pontificio Istituto missioni estere (Pime), intervistato dal SIR a Manila a margine del viaggio-studio del Dossier immigrazione Caritas-Migrantes. Nelle scorse settimane c’erano stati degli sviluppi nelle indagini, con l’arresto di uno dei presunti assassini di p. Tentorio, Jimmy Ato, che però ha negato le accuse indicando i nomi degli esecutori e dei presunti mandanti del crimine, un politico e negoziante locale, William Buenaflor e il capo della polizia locale Benjamin Rioflorido. Entrambi respingono ogni accusa, ma l’ispettore si è autosospeso dall’incarico. Padre Re conosceva padre Tentorio già prima che partisse per le Filippine, ed è molto legato alla sua famiglia. Hanno lavorato insieme ad Arakan dal 2005 al 2009. Nelle Filippine operano 22 missionari del Pime.

Sono emerse altre novità dalle indagini?
"Finora nessuna. La persona arrestata ha detto che faceva il palo ma non ha sparato. Ha fatto i nomi dei mandanti, che però negano tutte le accuse. Non mi è chiaro però se ha visto uccidere p. Fausto con i suoi occhi oppure no".

Lei cosa pensa?
"Non so se crederci o no. Tutto è possibile. Vedremo gli ulteriori sviluppi della situazione. Tra i due personaggi accusati forse il negoziante di zona avrebbe potuto avere degli interessi, perché vuole espandere le sue coltivazioni di canna da zucchero, olio, cocco. Ma non mi risulta che ci fossero screzi personali con p. Fausto".

Ci sono interessi di altre grandi compagnie?
"In quella zona c’è una compagnia produttrice di banane che vuole espandersi ed ha un contenzioso con gli indigeni che riguarda decine di migliaia di ettari di terra. Ha in progetto di costruire una piccola diga per generare corrente elettrica, sono già stati investiti dei soldi. Ma per usare questi terreni, pagando una sorta di affitto, è necessario il permesso degli indigeni. Tra questi c’è un gruppo, un po’ manipolato dai politici, favorevole alla cessione delle terre. Un altro – la tribù dei Manobo appoggiata da p. Tentorio – è invece contrario. Ato dice che il negoziante avrebbe finanziato l’assassinio. Ma è difficile provarlo perché servono altri testimoni. Si spera che qualcuno prima o poi confessi".

Secondo lei si è ancora lontani dalla verità?
"Il problema, in molti casi, è la mancanza di testimoni oculari dell’omicidio. Se i fatti dovessero arrivare in tribunale, con dichiarazioni basate sul sentito dire, ma senza testimonianze, il processo non andrebbe avanti. A questo punto, se Ato non ha sparato, siamo di nuovo ancora abbastanza lontani dalla verità. Bisogna vedere se riusciranno a fermare altre persone e a confermare la sua posizione".

Ha fiducia nella giustizia filippina?
"La stragrande maggioranza degli omicidi extragiudiziali rimane irrisolta. Solo per p. Tullio Favali si è fatta verità, ma era una situazione diversa, perché c’erano tanti testimoni oculari e gli assassini si vantavano in giro di aver ucciso un prete. È l’unico caso risolto tra tutti gli altri preti e suore uccise, 52 dagli anni Settanta ad oggi. Il motivo è la difficoltà di portare prove concrete in tribunale, se mancano i testimoni".

Cinquantadue preti e suore uccise sono tanti…
"I preti e le religiose che operano a favore delle popolazioni indigene mettono in conto la possibilità di morire. Spesso si creano tensioni a livello politico e sociale, allora subiscono minacce. Però c’è anche una parte dell’opinione pubblica che non condivide queste posizioni, o perché ha interessi in gioco o perché in certe situazioni si rischia lo scontro. Alcuni istituti religiosi si sono ritirati, anche per motivi di sicurezza, e continuano il lavoro con il clero locale. Spesso si è costretti su richiesta delle ambasciate, che ritengono pericolose alcune zone, anche se la nostra percezione è diversa. Di padre Fausto proprio non ce l’aspettavamo. Non c’era stato nessuno segnale che poteva far pensare a questa possibilità. Io stesso, quando ho lavorato ad Arakan, non ho mai avuto avvertito tensioni e pericoli. E padre Fausto non mi aveva mai parlato di minacce".

Nelle Filippine c’è una campagna per chiedere verità e giustizia sul caso di padre Tentorio. La pressione dell’opinione pubblica e della Chiesa è efficace?
"Anni fa, quando è stato ucciso p. Favali, ho avuto l’impressione che tutte le Filippine si muovessero. Avevano organizzato marce, veglie, c’è stato più coinvolgimento. Stavolta non mi sembra ci sia stata una mobilitazione generale, forse c’è una sorta di assuefazione a questi fatti. A Mindanao c’è ancora un certo coinvolgimento della Chiesa nelle lotte per i diritti umani e sociali. Ma rispetto a trent’anni fa, ora c’è più attenzione agli aspetti pastorali".

Chi c’è ora al posto di padre Fausto?
"Non ho ancora trovato nessuno. Qualche nuova vocazione c’è, ma i bisogni sono tanti. C’è il suo assistente, padre Giovanni, e il gruppo di laici ben formato che continua a portare avanti il suo lavoro. Questo è molto bello".

a cura di Patrizia Caiffa, inviata SIR a Manila (Filippine)