FILIPPINE

E ora ricostruire

L’intervento Caritas nell’emergenza provocata dal tifone Washi a dicembre

Circa 2.000 tra morti e dispersi (il bilancio ufficiale al 27 dicembre era di 1.453 morti ma le autorità pensano sia molti di più) a causa del tifone Washi (che qui chiamano Sendong) del 16 dicembre 2011. 465.000 sfollati, tra cui 200 mila bambini. 14.700 persone si trovano nei 55 centri di accoglienza predisposti dalle autorità, mentre gli altri hanno trovato ospitalità presso parenti o amici. Due terzi dei senzatetto sono nelle due principali città colpite: Cagayan de Oro e Iligan, a Mindanao, nelle Filippine. La natura continua a non dar pace a questa zona del Paese. Negli ultimi giorni c’è stata una nuova frana con altre vittime e si è diffusa la leptospirosi, una malattia mortale portata dai ratti, che ha già ucciso almeno 8 persone e ne ha infettate altre 300. Dell’ultima emergenza nelle Filippine e degli interventi Caritas in Asia si è parlato oggi con un intervento preparato dal SIR durante il viaggio-studio "Asia-Italia: scenari migratori", organizzato a Manila dal Dossier statistico Caritas/Migrantes dal 16 al 20 gennaio. Caritas italiana ha subito messo a disposizione un contributo di 100.000 euro, mentre la Conferenza episcopale italiana ha stanziato un milione di euro dai fondi 8×1000. Caritas internationalis ha lanciato un appello per raccogliere 1.261.727 euro, necessari per la ricostruzione di alloggi per 1.000 famiglie: 400 abitazioni definitive a Cagayan de Oro, 400 container a Iligan City e altre 200 abitazioni temporanee a Mumaguete. Abbiamo incontrato padre Edwin Gariguez, segretario generale di Caritas Filippine (Nassa).

Come è intervenuta la Caritas nell’ultima emergenza a Mindanao?
"La Caritas delle Filippine (Nassa) si è subito attivata con programmi di aiuto d’urgenza e con la distribuzione di beni di prima necessità come cibo, indumenti, beni non alimentari, avvalendosi di un’ampia rete di volontari nelle diocesi colpite. A Nassa lavorano 70 persone, di cui 17 nel nostro staff per le emergenze, ma quando accadono eventi di questo tipo il team viene rafforzato. Noi svolgiamo soprattutto un lavoro di coordinamento a livello nazionale, mentre i programmi si svolgono a livello locale. Ora siamo nella fase di screening, che è la più difficile e delicata: individuare le persone e famiglie più bisognose a cui ricostruire gli alloggi. Di solito selezioniamo i più poveri tra i poveri, quelli che non hanno famiglie o capitale sociale, gli anziani. Aiutiamo cristiani e musulmani senza alcun tipo di discriminazione e questo favorisce molto il rispetto reciproco e l’armonia, anche nella regione di Mindanao, dove sono più acuti i conflitti per la presenza di un movimento separatista islamico".

Quando partirà il progetto e come lo finanziate?
"Pensiamo di iniziare nel mese di febbraio, costruendo rifugi temporanei e poi delle case permanenti. Ma non vogliamo partire senza avere prima a disposizione tutti i fondi necessari. Finora abbiamo raccolto 245.179 euro: 100.000 euro da Caritas italiana e altrettante da Caritas Spagna, 50.000 dollari canadesi da Caritas Canada, 10.000 dollari da Caritas Danimarca e 14.985 dollari da Hong Kong. Mancano ancora un milione di euro. Insieme alla Conferenza episcopale filippina (Cbcp) abbiamo anche lanciato una raccolta fondi. Il Catholic Relief Services, la Caritas degli Usa già presente in loco, si occuperà degli aspetti tecnici, costruendo case adatte a resistere ai tifoni, che si verificano sempre più spesso nelle Filippine".

L’aumento di questi eventi climatici estremi è causato dai cambiamenti climatici o è dovuto anche ad altri fattori?
"Sicuramente in parte sono causati dai cambiamenti climatici. Ma ci sono anche altre ragioni, come la deforestazione illegale nelle montagne e nelle isole, l’erosione del terreno. Ci sono poi abusivismi edilizi e una mancata cultura ambientale. Le diocesi locali denunciano da tempo questa situazione e stanno portando avanti delle campagne di sensibilizzazione al rispetto della natura, invitando anche il governo a riforestare le zone per prevenire altri disastri. Anche le industrie minerarie che operano a Mindanao hanno delle responsabilità negli abusi ambientali sul territorio".

Padre Fausto Tentorio, il missionario del Pime ucciso lo scorso mese di ottobre, lottava a fianco delle popolazioni indigene per la difesa della terra. Accadono spesso questi episodi cruenti?
"Purtroppo sì. Sono una cinquantina i preti e i religiosi uccisi in questi anni. Quando lavoravo nella mia provincia, a Mindoro, anch’io sono stato minacciato di morte dai paramilitari, perché aiutavo gli indigeni locali nelle loro lotte contro una compagnia mineraria norvegese che estrae nichel. Tutti coloro che difendono gli indigeni costituiscono un problema. Bisogna ridurli al silenzio o ucciderli, perché intralciano gli affari delle compagnie, che non riescono ad ottenere facilmente le terre senza il consenso delle popolazioni locali. Con altre organizzazioni cattoliche aderiamo ad una campagna per chiedere verità e giustizia sulla vicenda di padre Tentorio".

a cura di Patrizia Caiffa, inviata SIR a Manila (Filippine)