RELIGIONE E LAICITÀ

Al centro la persona

Una riflessione di mons. Mariano Crociata oggi a un convegno in Sicilia

"La religione non è necessariamente l’opposto di laicità" e, d’altra parte, "la laicità non si dà compiutamente senza e contro la religione". È vero, vi sono degli estremi, ma proprio la loro esistenza "chiede di trovare un punto d’incontro e di mutuo riconoscimento tra religione e laicità". Questo l’assunto centrale della riflessione che il segretario generale della Cei, mons. Mariano Crociata, ha condotto oggi pomeriggio al Villaggio dell’Associazione Nuova Civiltà a San Cataldo (Caltanisetta), in occasione della presentazione del libro "Laicità in dialogo. I volti della laicità nell’Italia plurale" (scritto da C.C. Canta, A. Casavecchia, M.S. Loperfido e M. Pepe), "ricerca sociologica" il cui tema, "ricorrente nel dibattito pubblico e variamente analizzato nel mondo accademico (del quale peraltro il volume è espressione), s’intreccia – ha ricordato mons. Crociata – con le questioni più delicate della nostra vita collettiva non solo nazionale, da quelle più propriamente istituzionali a quelle più squisitamente personali".

L’evoluzione del termine. Il vocabolo "laico", ha osservato il segretario generale, ha subito nel tempo un’evoluzione "da termine per indicare una parte del popolo di Dio o dei membri della Chiesa, a strumento per qualificare quella parte della società, o meglio quella condizione che è esterna, estranea, altra dalla Chiesa". "È avvenuto così – ricordava nel 2006 Benedetto XVI – che al termine di laicità sia stata attribuita un’accezione ideologica opposta a quella che aveva all’origine". E se "laico" si riferisce, ha aggiunto Crociata, "a un determinato insieme di fedeli dentro la Chiesa", laicità, "più che un raggruppamento di persone e di società, indica un’idea, una teoria, una visione dell’uomo e della collettività", "porta con sé – come del resto analoghi termini astratti – l’aspetto di un programma, di una bandiera, di una meta che merita di essere perseguita". Tuttavia ora "dovrebbe risultare chiaro, dopo una lunga stagione di contrasti, che la religione non è necessariamente l’opposto di laicità, e che la laicità non si dà compiutamente senza e contro la religione".

Il punto d’incontro. Il presule riconosce che "sussistono fenomeni religiosi segnati da fondamentalismo", come pure, all’estremo opposto, "s’incontrano furori laicisti mossi da una vera passione che non sarebbe improprio qualificare come religiosa, stando almeno alla loro figura antropologica". Dunque, "proprio l’esistenza di simili estremi, che stravolgono un’ordinata convivenza umana, chiede di trovare un punto d’incontro e di mutuo riconoscimento tra religione e laicità. E un simile punto non può che essere la persona umana nella sua interezza. Ritrovarsi attorno alla cura di un’umanità non rinchiusa entro l’orizzonte terreno, ma aperta alla ricerca della verità e alla domanda sul senso di sé e della propria esistenza con gli altri nel mondo, consente di affrontare laicamente la convivenza in tutte le sue manifestazioni". Per il vescovo "c’è perfino una affinità, tutta umanistica, tra laicità e religione, là dove esse s’incontrano alle radici dell’umano in tutta la sua illimitata apertura".

Ritrovare la capacità di riconoscimento dell’altro. Di fronte a un "pluralismo culturale e religioso" nel quale la stessa "dialettica tra religione e laicità" è "soltanto uno degli scenari del grande teatro culturale odierno", "bisogna sempre di nuovo ritrovare – ha messo in guardia mons. Crociata – la capacità di riconoscimento dell’altro, della sua dignità, della sua coscienza e delle sue convinzioni", con un "rispetto" che però "non dissimula la propria coscienza di verità e non limita il diritto a manifestarla". Il segretario generale dei vescovi italiani giudica "anacronistico" pensare di "costringere la religione nel ridotto del privato e di un’interiorità incomunicabile", evidenziando che "l’equivoco maggiore, in questo senso, è costituito dalla pretesa che sussistano uno sguardo e un approccio in grado di assicurare un’obiettività superiore" perché "dettati da una ragione che misura il proprio valore dal grado di ostilità e di disprezzo della religione". "Accettare le regole di una convivenza improntata al riconoscimento e al dialogo – ha precisato – esclude un atteggiamento che pretenda di assicurare, sovrastoricamente, una visione e una capacità di regolazione dei rapporti tra i diversi dal di sopra di tutti". "Il pluralismo delle presenze – ha concluso – chiede un’uguaglianza nella dignità e nella possibilità di condurre la propria vita personale e di gruppo nell’ordinata espressione anche pubblica della propria coscienza e nell’incontro e nel dialogo con tutti, ma non può voler dire l’azzeramento della storia e la cancellazione di un’identità collettiva che si è configurata in maniera determinata nel corso del tempo e ora si trova inserita in un processo di cambiamento e di scambio tra gruppi e persone".