ANGELUS

Non basta rimanere

Ci sono due sole ragioni anche per i cristiani di oggi: per "fede e amore".

Il mondo delle reazioni, sommerse o esternate, chi non lo conosce? Quante volte l’imputiamo al provocatore di turno? Benedetto XVI lo ha individuato: Gesù Cristo. Un disturbatore. Per di più agisce "consapevolmente". Allora è proprio per partito preso? È un mestatore?
Se proseguiamo nel commento emerge un dato che ribalta la figura di Gesù provocatore e le dona due aspetti che connotano l’adesione al suo messaggio: il mistero pasquale e la verità.
Gesù afferma "Io sono il pane vivo disceso dal cielo, chi mangia la mia carne e beve il mio sangue vivrà in eterno" e vuole sospingere ad uscire dal "senso materiale" per entrare nel vivo della Sua passione e morte, "salvezza del mondo" e per percepire la Bellezza del dono della "nuova presenza nella Sacra Eucaristia".
La reazione, tutto sommato, si presenta anche calma, indifferente: i presenti non capiscono ma non creano gazzarra.
Iniziano ad andarsene alcuni che lo seguivano ma Giovanni li dichiara solo "discepoli", quindi qualche cosa avevano capito ma non poi molto. Quindi gettano la spugna e si rivolgono altrove, dove mai saranno andati? Avranno cercato sicurezze economiche, posizioni sociali o si saranno guardati intorno nella speranza di trovare un maestro più comprensibile?
Intono a Gesù si crea il vuoto. Del gruppo che lo seguiva ne restano solo dodici: una miseria per un predicatore itinerante, la cui parola entusiasmava e i cui miracoli colpivano (anche perché satollavano!).
Dodici, si direbbe, piuttosto perplessi, sia perché non capivano a loro volta, sia perché ogni abbandono suscita una crisi, diventa una provocazione incarnata.
Gesù, se fosse stato addestrato da una scuola di partito o di pubbliche relazioni, vista la mala parata avrebbe dimostrato un volto impassibile e con somma indifferenza avrebbe elogiato chi gli stava vicino, proprio quei dodici residui, perché a loro volta non creassero, andandosene, un vuoto ancora peggiore.
Gesù, il provocatore, invece non rinuncia e pone una domanda diretta che, in sostanza, è il rilancio della libertà: "Volete andarvene anche voi?".
L’impulsivo Pietro reagisce a caldo e si butta, salvando la situazione e aprendo la strada alla fiduciosa adesione, ma con un atteggiamento tutto ebraico: risponde con una domanda…
"Signore, da chi andremo?" a Pietro, e con lui ai dodici, non interessa il profitto, l’escalation politica sociale, interessa e guardano solo alla persona, al rapporto con un "chi" che pronuncia parole non gettate al vento ma "parole di vita eterna".
Ed avviene il grande passaggio che palesa la statura di capo di Pietro: dall’io al noi. I dodici sono compatti e, per sua bocca, esprimono la grande adesione di fede "noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio".
Il pane allora può diventare Pane e alimentare i passi quotidiani, trasformare la persona, rendere la sua esistenza, già da qui, vita con sapore di eternità.
Gesù ha vinto, con un misero resto (dodici, ma nel simbolo con tutto Israele per le sue dodici tribù) la sua partita.
Un provocatore però di tale stazza può accontentarsi? Il messaggio pasquale che non svelasse la verità al cuore della persona sarebbe ancora tale?
Gesù non si arresta e non concede fiato ai dodici che, forse, si sono sentiti approvati e quindi vincitori, rispetto ai discepoli che avevano abbandonato il campo.
La verità stanerà "uno che non credeva: Giuda". Quanti problemi avrebbe evitato a se stesso e a noi se avesse agito in verità: "Avrebbe forse dovuto andarsene, se fosse stato onesto".
Da qui è ben limpido che non basta rimanere ma bisogna chiedersene il perché e darvi risposta.
Si rimane per due sole ragioni "fede e amore". Ben altro albergava nel cuore di Giuda: "Il segreto proposito di vendicarsi del Maestro".
Reazione per reazione: "Giuda si sentiva tradito da Gesù, e decise che a sua volta lo avrebbe tradito".
Nel suo progetto personale Giuda "voleva un Messia vincente" e non si attendeva altro che "guidasse una rivolta contro i Romani".
Tutto sommato, chi se ne andò non aveva capito molto ma era pur sempre onesto, per Giuda il problema è un altro "la sua colpa più grave fu la falsità".
Papa Benedetto misura sempre le parole e non usa toni taglienti ma è ben deciso nelle sue diagnosi: "La falsità è il marchio del diavolo", di colui che divide e conduce alla menzogna, paludata di autentica adesione ma marcia di dentro.
Ben venga l’impulsivo Pietro con la sua fede sincera, ben venga l’invito a pregare "la Vergine Maria, che ci aiuti a credere in Gesù e ad essere sempre sinceri con Lui e con tutti".