ILVA E DINTORNI
Il dramma che si vive a Taranto: il messaggio della storia e il pensiero della Chiesa
Non sempre le cose ovvie e apparentemente scontate sono sbagliate. Ci voleva il caso Ilva di Taranto per capire che i due elementi-cardine della civiltà, salute e lavoro, non devono essere visti come antagonisti, ma collaborare al futuro vivibile dell’uomo. A dirla oggi, dopo il rischio per 11.000 e passa posti di lavoro e relative famiglie, sembra facile. E allora perché si è arrivati a questo punto? Perché si è dovuto attendere l’azione della magistratura? Proprio perché quell’ovvio e scontato principio era considerato talmente ovvio e scontato da essere carta straccia, valore astratto, come capita spesso ai principi etici, talvolta addirittura derisi come pietre d’inciampo alla modernità dei furbi.
L’industrializzazione pretende sicuramente dei compromessi e dei costi, come fin dal XIX secolo i racconti di Zola, Hardy e Dickens andavano dicendo ai distratti borghesi e ai politici occupati a promuovere le imprese amiche fatte passare come "necessarie". Il proletariato della Francia e dell’Inghilterra dell’Ottocento non esiste più, ma le vittime sì, ci sono ancora. Per esempio i bambini e tutti gli altri che sono costretti a vivere sotto e dentro l’area d’inquinamento che non è solo dell’Ilva di Taranto, ma di altri posti d’Italia, comprese le vicinanze di Venezia. La strategia di costruire impianti presso i grandi centri che avrebbe dovuto favorire l’occupazione e l’espansione di questi centri- non teneva conto che gli abitanti avrebbero rischiato e in molti casi perso la salute a causa delle emissioni e delle sostanze inquinanti.
Dopo le giovanissime vittime dell’Inghilterra vittoriana o della Francia di Napoleone III (e anche dopo, visto che i capolavori di Zola sono degli anni Settanta-Ottanta dell’Ottocento) descritte dai realisti, ora dobbiamo assistere allo spettacolo della sofferenza delle inconsapevoli vittime di una industrializzazione necessaria ma che doveva tener conto dell’equazione lavoro-salute con la quale abbiamo iniziato questa chiacchierata.
I giudici del tribunale del riesame sono convinti che si sapesse bene a cosa avrebbe portato la continuazione di quei procedimenti inquinanti, ma che si è continuato senza riqualificare e correggere quei procedimenti, il che ci conferma che con le conoscenze d’oggi è certamente possibile stabilire le proporzioni e le conseguenze dell’impatto anche futuro sull’ambiente e la salute della gente.
Ma la partita non è chiusa, perché dopo la rabbia e la paura si è rafforzata la corrente di quanti è l’opinione anche del collegio per il riesame- ritengono che si debba trovare una soluzione d’equilibrio grazie alla quale durante le necessarie operazioni di risanamento la fabbrica possa continuare a lavorare. Certamente è una soluzione non indolore per i costi e la perdita di profitti, ma è l’unica perseguibile per salvare tutto il salvabile, come ha sottolineato l’arcivescovo di Taranto Filippo Santoro, perché se "la salute de tarantini non deve essere più minacciata", deve essere però evitata "quella tanto scongiurata disoccupazione di massa" che getterebbe sul lastrico decine di migliaia di famiglie. Lo stesso dom Santoro ha auspicato una nuova cultura che riesca "a congiungere le nuove capacità scientifiche con una forte dimensione etica". Occorreva tornare a invocare principi che visti da troppo tempo con fastidio e accusati di inadeguatezza ai tempi, roba per gente che non ha nulla da fare, si sono rivelati invece gli unici in grado di stabilire un nesso efficace tra posto di lavoro e salute. Se queste voci, che vengono anche dalla Chiesa, fossero state ascoltate, oggi non saremmo davanti al dramma di famiglie che trepidano per il pane quotidiano e di gente che ha perso la salute, il che vuol dire la propria capacità di azione e lavoro. Ed è un cane che si morde la coda.