ALCIDE DE GASPERI
La ”lectio” di Stefano e Vera Zamagni nel 58° anniversario della morte
Morì il 19 agosto 1954 Alcide De Gasperi. Esponente del Partito popolare italiano e poi fondatore della Democrazia cristiana, fu uno dei padri della Repubblica, rivestendo per primo il ruolo di presidente del Consiglio dei ministri, e pure uno dei padri fondatori dell’Unione europea. Per ricordarlo, la Fondazione trentina Alcide De Gasperi, d’intesa con l’Istituto Sturzo di Roma, ha organizzato ieri a Pieve Tesino (Trento) una "lectio degasperiana", annuale appuntamento che dal 2004 ha visto come relatori Pietro Scoppola, Leopoldo Elia, Ugo de Siervo, Jean-Dominique Durand, Sergio Romano, Iginio Rogger, Francesco Traniello, Giuseppe Vacca. Sul palco, quest’anno, gli economisti bolognesi Stefano e Vera Zamagni, chiamati a parlare su "La politica economica di Alcide De Gasperi e la ricostruzione dell’Europa".
Fra solidarismo cristiano e libero mercato. "Il pensiero e l’opera di De Gasperi in ambito economico non meritano l’oblio, perché hanno ancora tanto da dirci per l’oggi", ha esordito Stefano Zamagni. A tal riguardo lo statista trentino, "che pure conosceva bene e giudicava positivamente l’economia sociale di mercato tedesca, non ritenne di tentarne un’applicazione al caso italiano" per evitare "una riedizione dell’ordine sociale corporativista"; né si spese "per il modello di economia liberale di mercato di tipo anglosassone". "Di qui ha sottolineato il docente quello che è stato chiamato, a mio giudizio impropriamente, il compromesso degasperiano, e cioè l’economia mista di mercato: nella sfera privata si accolgono i principi liberali; nella sfera pubblica si applica la nozione di Stato limitato". "Quest’ultimo ha aggiunto è uno Stato né minimo (come volevano i liberali), né interventista su tutti i fronti (come volevano gli statalisti); ma uno Stato che può essere anche forte purché si mantenga entro limiti ben definiti" e "promuove e incoraggia tutte quelle forme di azione collettiva che generano effetti pubblici attraverso la promozione di assetti istituzionali che facilitano la ‘fioritura’ dei corpi intermedi della società". "La sintesi mirabile fra solidarismo cristiano e libero mercato ha sintetizzato è il vero capolavoro" della sua politica economica.
Per una società giusta. In secondo luogo, il modo in cui De Gasperi interpretò i principi della Dottrina sociale della Chiesa con specifico riguardo al tema della giustizia sociale, "meccanismo di correzione e di compensazione dei risultati di mercato". "La società giusta, per De Gasperi, non è solamente quella che garantisce l’equità intesa come eguagliamento dei punti di partenza, ma anche quella che assicura un certo grado di uguaglianza dei punti d’arrivo del gioco di mercato. E ciò per la fondamentale ragione che la democrazia che mira al bene comune non può tollerare di assistere passivamente all’aumento sistemico delle diseguaglianze. Di qui la lotta dello statista trentino contro i monopoli (privati), il latifondo, le varie forme di rendita parassitaria". "Disoccupazione strutturale e povertà estrema ha osservato Zamagni furono sin da subito i principali cavalli di battaglia di De Gasperi", per il quale "la democrazia è effettiva quando riesce a impedire che le diseguaglianze sociali si trasformino in diseguaglianze di potere politico". Infine, il riconoscimento che "le istituzioni, in quanto regole del gioco, nascono dalla politica. Dunque senza un mutamento politico adeguato, a poco serve cercare di applicare ricette o modelli che pure hanno dato buona prova di sé in altri contesti".
Le fondamenta dell’economia italiana. Vera Zamagni ha invece messo in luce "le fondamenta del miracolo economico italiano" nella politica economica di De Gasperi, la cui opera è stata "periodo fondazionale" per l’economia italiana, che successivamente "non ha avuto più occasioni di vero ripensamento e non è stata nemmeno in grado di estrarre da quelle fondazioni tutto il positivo in esse contenuto". Tre le "linee generali della sua politica economica", da lui stesso riportate in un discorso parlamentare del 1949: dapprima la "lotta contro la fame e la paralisi nazionale"; poi "la lotta per salvare la moneta e ottenere una certa stabilità dei prezzi"; infine l’impegno per "dare all’economia uno sviluppo ampio e duraturo". "Nel campo economico disse ancora il politico al Congresso nazionale della Dc nel 1954 ci si trova in un periodo di evoluzione verso un tipo misto che esclude le rigidità degli estremi dottrinali e segue nelle strutture e negli ordinamenti, per quanto in ritardo, le trasformazioni del regime democratico". "La tentazione del ‘fondamentalismo’, di Stato o di mercato, è sempre presente nel dibattito sulla politica economica, perché rappresenta una soluzione semplice da pensare e facile da inserire in progetti di egemonia politica ed economica. Lavorare invece con tutti i mezzi disponibili (impresa capitalistica, impresa cooperativa, impresa pubblica, impresa non profit) per il maggior benessere di tutti", ha concluso la docente, richiede "che la politica sia pronta a scommettere su un senso (ossia direzione) da imprimere agli interventi e non solo a varare neutrali regole del gioco".