ANGELUS
Israele e un altro ”pane disceso dal cielo”
L’esperienza centrale del popolo d’Israele, l’esodo dall’Egitto, da cui era stato liberato per l’intervento forte e potente del braccio dell’Altissimo, passa per l’esperienza del deserto, dove si acuiscono i problemi di sopravvivenza tanto da preferire la schiavitù alla libertà, purché la fame sia saziata.
In gioco, in realtà, era la fiducia in Colui che l’aveva liberato.
Benedetto XVI all’Angelus di domenica 12 agosto ricorda che con Gesù è necessario affrontare una novità che, se porta in sé i segni e gli echi dell’antica esperienza, "il popolo ebraico, durante il lungo cammino nel deserto, aveva sperimentato un pane disceso dal cielo, la manna, che lo aveva mantenuto in vita, fino all’arrivo nella terra promessa", ora deve affrontarne una del tutto inedita: Gesù stesso "è il pane disceso dal cielo".
Ora che dal cielo scenda un aiuto, che quest’aiuto si concretizzi nella manna, è accettabile o quanto meno tangibile, che un uomo ebreo maturo affermi di essere "il cibo che dà la vita eterna", non solo fa riflettere ma anche scardina alcuni punti fermi di riferimento.
Israele non si era mai fermato al pane pane, quello che sazia lo stomaco e nutre la vita, ha sempre riconosciuto un’altra dimensione che percorre l’esistenza: "Il vero pane del cielo, che nutriva Israele, era la Legge, la parola di Dio". Per questa affermazione Israele ha pagato duramente nei secoli la sua fedeltà e le sue infedeltà alla Legge sono diventate richiami e occasioni di pentimento e di ritorno.
La Torah non è un dono che giunge e poi scompare o si consuma, possiede una valenza di eternità che sigilla la persona che lo accetta, perché è "il dono fondamentale e duraturo di Mosè". Con una conseguenza che s’incide nel tessuto reale di ogni giorno e di ogni azione, perché Israele se vuole mantenersi fedele non ha altra strada che riconoscersi diverso, non per razza o per sangue, come hanno proclamato le deliranti teorie e prassi naziste, bensì per una diversità che gli giunge dal cielo e lo conduce a "conoscere la volontà di Dio e, dunque, la giusta via della vita".
Tutta la tensione d’Israele qui si riconosce e qui si plasma.
Ora sulla scena di questa dialettica storica di fedeltà/infedeltà non si presenta un profeta che richiama il popolo, ma un uomo, indubbiamente con gesti e con parole profetiche, di cui i Giudei possono dire "è il figlio di Giuseppe! Di lui conosciamo il padre e la madre!", uomo che sostiene di essere "Parola di Dio incarnata".
Gesù di Nazareth non annuncia la parola, non richiama il popolo ad abbandonare le vie che conducono alla via diritta, non addita la strada della conversione, del pentimento, del ritorno. Sostiene semplicemente di essere il Figlio di Dio fattosi Uomo.
Chi può guardarLo con questo sentire e con questa certezza comprende che "può fare della volontà di Dio il suo cibo", trovare Chi "orienta e sostiene l’esistenza".
Bisogna ammettere che la proposta non è delle più facili e delle più accessibili, richiede di essere radicati nella grande e alta tradizione di fedeltà d’Israele alla Torah e, nel contempo, di acquisire uno sguardo diverso che non nega la Torah stessa ma vi aderisce in modo sostanzialmente diverso.
Papa Benedetto correttamente non scrive mai ebrei ma sempre giudei, per rimanere sul terreno prescelto dall’evangelista Giovanni. Per la dottrina di quella che sarà la Chiesa, la questione non è, come già asserito, quella della razza ma quella dell’appartenenza che riconosce, che sa sporgersi un passo più in là e intravvede un incontro che, di fatto, muta la vita e ogni sua possibile prospettiva.
Una Torah incarnata sconcerta, scuote, ma non suscita solo un postura che si concreta nel "dubitare della divinità di Gesù", suscita anche l’adesione di alcuni fra i giudei, come la fanciulla di Nazareth, che Gli divenne Madre, accettando l’annuncio dell’angelo.
In questo frangente, doloroso e grave di adesione o rifiuto, siamo posti noi stessi, oserei dire ogni giorno e in ogni circostanza della nostra vita, perché o ascoltiamo Gesù, Torah incarnata, e ne tiriamo le conseguenze, oppure il suo messaggio e la sua persona transitano in un sottofondo lontano che svapora.
È giunto il momento, preparato da secoli, atteso dalle genti, in cui il Messia si presenta sul palcoscenico della storia, non per esercitarvi un ruolo, ma per richiamare le coscienze di tutti al riconoscimento grato, all’adesione gioiosa.
Non è un moto proprio, scatenato da chissà quale molla interiore o emotiva, è una sorta di corrente magnetica: "Solo chi è attirato da Dio Padre", si apre all’ascolto, alla percezione che, finalmente, Egli è giunto.
"Incontrarlo e nutrirsi di Lui" spalanca una vita "in pienezza", quella "eterna", dove il pane è quel Pane che mai viene a mancare e che porta la "piena comunione di amore".