SUD SUDAN

L’eredità di Comboni

Un ospedale e una scuola di infermieri anche grazie all’aiuto della Chiesa italiana (Otto per mille)

In Africa la stagione delle piogge non è solo una benedizione per i raccolti che, se abbondanti, garantiranno alle famiglie una riserva di cibo per l’intero anno. Le piogge portano con sé il proliferare di malattie, come la malaria, particolarmente aggressiva in questa stagione. Lo sanno bene i medici del "Comboni Hospital", l’ospedale della diocesi di Wau, capitale del Western Bahr el Ghazal in Sud Sudan. "Siamo nel periodo più duro dell’anno e nei nostri ambulatori arrivano fino a trecento pazienti ogni giorno", racconta al Sir il direttore dell’ospedale, suor Maria Martinelli, missionaria comboniana. Il "Comboni" è il secondo ospedale della città accanto al grande ospedale pubblico che sta cercando di risollevarsi dopo la fine della guerra. Vi sono poi una serie di cliniche private, nate negli ultimi anni per far fronte alla carenza di servizi sanitari, dove a curarsi è solo chi può permetterselo.

Un’eredità preziosa. Quella dell’ospedale diocesano, aperto ufficialmente nel gennaio 2011, è una storia di rinascita. La struttura fu costruita dai missionari comboniani arrivati a Wau, prima area del Sud Sudan a essere evangelizzata, nel 1904. Da qui la scelta di dedicare la struttura a san Daniele Comboni, la cui immagine vigila all’ingresso degli ambulatori. Nel 1955 allo scoppio della guerra civile l’ospedale venne requisito da parte dell’esercito che lo ha trasformato in un ospedale militare, fino all’inizio del 2010 quando è stato restituito alla diocesi a seguito di una sentenza della Corte di giustizia sudanese. Da allora i lavori di ristrutturazione e ammodernamento della struttura non si sono ancora fermati grazie, soprattutto, a un finanziamento di 1,2 milioni di euro concesso dalla Conferenza episcopale italiana, attraverso i fondi dell’otto per mille.

Gli effetti della crisi con il Sudan. "Per prima cosa – racconta suor Martinelli, accompagnandoci tra i padiglioni – abbiamo attivato la parte ambulatoriale con la sala per le medicazioni e i piccoli interventi, la farmacia, il laboratorio analisi e il centro per i bambini sotto i cinque anni, in cui vengono effettuate anche la vaccinazioni. Il 5 marzo scorso ha aperto il primo reparto con circa 30 letti e la sala operatoria, mentre sono in via di costruzione la maternità, la pediatria e un reparto d’isolamento. Particolarmente urgente è la costruzione della maternità perché troppo spesso le donne partoriscono senza adeguata assistenza con rischi per mamma e bambino. I lavori continuano, ma la crisi tra Sudan e Sud Sudan rende le cose più difficili e costose". La tensione tra i due Paesi, seguita all’indipendenza del Sud Sudan, ha portato, infatti, al blocco dei traffici tra Nord e Sud, con il conseguente aumento dei prezzi in quelle città, come Wau, che ricevevano le merci proprio da Khartoum. Sono aumentati così i costi non solo dei materiali necessari ai lavori, ma anche delle medicine andando a pesare sui costi di gestione.

Una scuola per infermieri. "Una volta ultimato – continua il direttore – l’ospedale conterà circa 100 letti". Attualmente sono circa 50 tra infermieri, ostetriche e medici gli impegnati dell’Ospedale. "Reperire personale qualificato in Sud Sudan – spiega suor Martinelli – è molto difficile per questo abbiamo dovuto assumere alcuni infermieri provenienti da Kenya e Uganda, in attesa che siano formati i giovani del Catholic Health Training Institute (Chti), la scuola per infermieri aperta a Wau dall’iniziativa Solidarity with Sud Sudan". Si tratta di una campagna lanciata all’indomani degli accordi di pace del 2005 dall’Unione dei superiori generali delle Congregazioni missionarie e dall’Unione dei superiori internazionali generali, in accordo con i vescovi sudanesi, che ha portato a interventi in campo sanitario, educativo e pastorale.

L’impegno dei religiosi. L’edificio del Chti sorge pochi chilometri fuori dalla città. La struttura fu costruita nel 1983 grazie alla collaborazione di Misereor e del governo sudanese con l’obiettivo di creare un centro per la formazione medica e un dispensario. Anche in questo caso l’arrivo della guerra portò alla chiusura e all’abbandono della struttura, fino al 2006 quando le Congregazioni missionarie hanno scelto di ristrutturare l’edificio che ha aperto le porte ai primi studenti nel 2010. A seguire l’andamento della scuola è una piccola comunità di circa dieci religiosi e religiose appartenenti a diverse Congregazioni e provenienti da Stati Uniti, Kenya, India, Nuova Zelanda e Italia. "Attualmente – spiega suor Sneha Joseph, preside della scuola – sono 77 i giovani impegnati nei corsi per infermiere qualificato e ostetricia. La durata del corso è di tre anni e mezzo e i primi 25 infermieri si diplomeranno per la fine del 2013". Gli studenti provengono da tutto il Sud Sudan, grazie all’accordo con diverse diocesi che ne sostengono gli studi, mentre una collaborazione con il governo ha portato alcune ostetriche a svolgere qui la loro formazione. "Una volta diplomati – racconta la preside – i giovani torneranno nelle loro diocesi di appartenenza dove, per almeno tre anni, dovranno garantire l’impegno nelle strutture diocesane con un’attenzione particolare alle aree rurali più bisognose di sostegno".

a cura di Michele Luppi, Sud Sudan