HERMANN HESSE

Contro l’assenza di valori

Il messaggio dello scrittore tedesco a cinquant’anni dalla morte

Ci sono pochi uomini che "da secoli siano amati e ammirati non in virtù delle belle parole ed opere da loro create, ma soltanto per la loro natura pura e nobile, e quali astri beati si librino ancora sopra di noi nel puro firmamento, dorati e sorridenti, benevole guide al peregrinare degli uomini nelle tenebre".
Già da queste parole, dedicate a san Francesco d’Assisi, si capisce il perché della ostilità da parte di una certa critica alla figura e all’opera di Hermann Hesse (1877-1962), scrittore tedesco di cui oggi, 9 agosto, corre il cinquantenario della scomparsa: Hesse privilegiava il dentro, non il fuori, il sentimento, e non l’assoluta razionalità, la ricerca e non l’analisi formale. Molti insigni critici lo hanno accusato di sentimentalismo, di spiritualismo, di costruzione di ciò che sarebbe divenuto poi mito per i giovani dagli anni Sessanta in poi: la pace, l’amore universale, la meditazione, la ricerca spirituale. Come se fosse una colpa contribuire nel bene a ciò che diverrà il futuro. È chiaro che in questi critici molto ha potuto la convinzione, questa sì figlia delle mode, che l’opera letteraria sia un insieme di scetticismo chic, di dimostrazione di cultura arida e fine a se stessa, di scepsi critica ed algida. Per loro la letteratura è crogiolarsi nella crisi, nella mancanza di valori, nella convinzione che le parole siano solo gioco combinatorio e nulla altro. Quando si parla di valori, questi signori mettono mano alla pistola. Come poteva il viaggiatore solitario, il cercatore di certezze di contro allo scetticismo trionfante nel suo secolo, essere valorizzato da chi si abbandonava alla parola per la parola, all’arte per l’arte, o, al contrario, all’arte unicamente serva di un programma politico?
Il cercatore dì assoluto scese in Italia in due occasioni, la prima nel 1901, la seconda nel 1903. In questa occasione, Hesse visitò Assisi e incontrò, lui figlio di missionari protestanti, uno dei campioni della risposta cattolica alle eresie del medioevo, Francesco di Bernardone; o meglio, incontrò quel respiro radicalmente spirituale che parlava non solo dalle chiese assisiati, ma dalla medesima natura umbra. È probabile che il giovane Hermann avesse amato san Francesco anche per quel messaggio di essenzialità e misura che non poteva passare inosservato in chi era imbevuto di pietismo evangelico grazie alle radici familiari. Fu così che Hesse –al ritorno dal secondo viaggio in Italia- mise mano ad un libricino, "Francesco d’Assisi", in cui spirano già tutte le ansie mistiche del tedesco, che poi avranno il loro compimento nel messaggio –che, lo abbiamo già visto, era inviso agli scettici annoiati e imbevuti di relativismo- di "Siddharta" (1921) e de "Il gioco delle perle di vetro" (1943), in cui ascesi e misticismo cercano di parlare all’uomo occidentale imbevuto –nonostante tutta la sua sbandierata razionalità!- di violenza o esibita impotenza, di razionalità fine a se stessa o di materialismo brutale. Il Francesco, il Siddharta e lo Josef (il maestro del "Gioco delle perle di vetro") di Hesse rappresentano un antidoto, volutamente ignorato da molti, a quella pretesa superiorità intellettuale fatta di aride letture che aveva contribuito a portare l’occidente alla resa agli incubi della violenza. Ancora oggi quei personaggi ci parlano e ci ammoniscono: l’attuale crisi –come alcuni, accusati di seminare allarmi ingiustificati avevano ammonito- non è solo di carattere economico, ma ha altre cause: la mancanza di valori, lo spreco, un materialismo spesso inconsapevole e un consumismo senza senso scambiato per libertà di merci e di idee. Pochi riescono a indicare la salvezza, e sono presi spesso per folli, come Francesco d’Assisi. Ma questa "follia" ha un suo premio, che è quello della pace interiore, del raggiungimento della vera libertà e della donazione all’altro. Nel "Francesco d’Assisi" di Hesse non vi è il rischio dell’ascesi per l’ascesi, della sfida con se stessi per raggiungere un dio lontano dagli uomini. Al contrario, il figlio di Bernardone, per lo scrittore tedesco, è un donatore, come l’idiota di Dostoevskij, uno che si priva del poco che ha per salvare gli altri. Quelli come lui, conclude Hesse, emanano Dio da tutti i pori, sono coloro che diverranno, sebbene ricoperti di stracci, soggetto d’arte (il vero artista per Hesse non è Giotto, ma Francesco, capace di ispirare capolavori prima vissuti nell’interiorità del genio e poi resi forma) e di venerazione, pur non avendo mai avuto desiderio né di fama né di onori. Solo questi sono i latori, come scrive Hesse, del "saluto di Dio alla terra". A noi, circondati da un universo di cose divenute valore, a noi, consumatori senza sosta di cose inutili e sazi creatori di mari di rifiuti, sta parlando il poverello di Hermann Hesse.