UN VESCOVO E LA CRISI
Preoccupazione e monito di mons. Mansueto Bianchi (Pistoia): forse ”sta passando l’ultimo treno”
Un appello a banche, politica, mercati finanziari, alla Chiesa stessa, per "accrescere il legame della vicinanza e della fiducia tra le istituzioni ed i cittadini" in questo momento di crisi. Lo ha lanciato oggi mons. Mansueto Bianchi, vescovo di Pistoia, durante l’omelia della messa solenne in cattedrale per la festa di San Jacopo, patrono della città. Una riflessione che è partita da due luoghi della città: la piazza e la porta.
È il tempo di stringerci. "È tempo di stringerci, di compattarci come corpo sociale, tra categorie e persone diverse, per convergere verso quegli obiettivi che costano fatica a tutti ma sono il bene di tutti – afferma il vescovo di Pistoia -. È tempo di accrescere il legame della vicinanza e della fiducia tra le istituzioni ed i cittadini. È tempo di riconoscere e promuovere il valore sociale dell’impresa che non è nemico del valore economico. Ma tutto questo esige da noi Chiesa, una severità di giudizio verso noi stessi, i nostri modelli di comportamento talora lontani dal Vangelo, i nostri peccati, pubblici e privati".
Alle banche, "aiutate aziende e famiglie". "È tempo che molti istituti bancari e di credito, soprattutto se sono di gravitazione cattolica o sono nati dall’impegno sociale dei cattolici, escano con coraggio da atteggiamenti autoprotezionistici, verso un atto di risposta e di fiducia alle aziende ed alle famiglie che hanno bisogno di finanziamenti o di rinegoziare quelli ottenuti per evitare la chiusura, la perdita di lavoro, lo sgretolamento familiare". Sono le parole di mons. Bianchi, che ricorda anche la dottrina sociale della Chiesa e il dovere dei cittadini "sui beni privati, patrimoniali o finanziari", affinché "privilegino scelte produttive di investimento, di crescita del lavoro, rispetto alle mere rendite di posizione o di interesse". "È tempo che mettiamo mano alla riforma dei sistemi macro economici – prosegue il vescovo – che, a partire dalle loro esigenze, piegano la vita dei popoli a scelte che troppo spesso e troppo gravemente si scaricano sullo stato sociale, sulle fasce più deboli, sul futuro dei giovani, sulla elementare e fondamentale sicurezza della famiglia".
Alla politica e ai cittadini. "È tempo di ricostruire il primato della buona politica sui mercati – afferma mons. Bianchi -. È tempo che impariamo tutti uno stile di vita più austero, più sobrio, meno asservito agli ‘status symbol piccoli o grandi; che impariamo la cultura ‘dei doveri personali e sociali, non solo quella dei diritti, il senso dello Stato, il valore dei beni e dei servizi collettivi, il rispetto della città, l’uso misurato e responsabile delle risorse naturali". "È l’ora che la politica esca dalle sue cittadelle chiuse, autoreferenziali e, qualche volta perfino corrotte – è il monito del vescovo di Pistoia -. È l’ora che essa torni in mezzo alla gente, senza però diventare demagogica o piazzaiola, è l’ora che si faccia carico dei problemi reali e gravi delle persone, che dia, per prima, esempio di quei sacrifici e di quelle rinunce che chiede ai cittadini; è l’ora che riscatti così una dignità che sta perdendo, una stima che sta dissipando". "Vorrei sbagliarmi – chiosa mons. Bianchi -, ma temo di dover dire, per la drammaticità delle circostanze, che sta passando l’ultimo treno!"
I volti della città. "Ogni città, ogni umana convivenza, ha i suoi luoghi simbolici, che sono, per così dire, i volti dell’anima. Vorrei evidenziarne due: la piazza e la porta". Così spiega mons. Bianchi i significati del suo intervento: "La porta è come il volto con cui una città si presenta, è l’anticipazione della casa, della comunità umana che la abita. La porta dice l’accoglienza, l’invito, la disponibilità; ma dice anche l’affacciarsi e l’inoltrarsi verso l’avventura dell’incontro, il mettersi in gioco su scenari non scontati, non garantiti". La piazza, aggiunge più avanti, rappresenta invece "il confronto in atto, la fatica di comporsi con la diversità, la scuola della pluralità, l’esito dell’incontro". Il vescovo di Pistoia mette però in guardia contro "una volgarizzazione della piazza" o "una piazza conflittuale", che "genera una città rotta, rabbiosa, dove si accostano vincitori e vinti, dove è smarrito il senso del bene comune". "Dobbiamo prendere le distanze da una piazza parcellizzata a favore della piazza partecipata", sottolinea, ma anche "dalla piazza insignificante, solo funzionale, dalla piazza non vissuta, occasionalmente transitata ed usata, ma senza che essa rappresenti e lanci la sfida del modello di vita, del progetto di città". "La piazza non vissuta – osserva – è il grande rischio del tempo nostro, spesso ripiegato sugli individualismi: di persone, di categorie, di progetti di vita. È un tempo povero di passioni e ricco di capricci e passioncelle, povero di orizzonti e di progetti dal lungo e ampio respiro, infossato invece nei percorsi individuali e brevi, nelle speranze dal respiro corto e concitato. La piazza non vissuta dice la disaffezione alla dimensione collettiva e popolare, progettuale del nostro vivere, la ricaduta nelle piccole geometrie dei particolarismi personali o di fascia, degli utilitarismi cui è tanto più facile affezionarsi, quanto più tramonta all’orizzonte la passione e l’impegno per la città, per il bene di tutti".