STRAGE DI AURORA

Il triste mito del fucile

Usa: nonostante l’ennesimo episodio di violenza, resiste il ”sì” alle armi

La strage al cinema di Aurora in Colorado, in cui hanno perso la vita 12 persone uccise dal ventiquattrenne James Holmes, è l’ultimo episodio di una lunga, inquietante serie. Basti pensare alla sparatoria alla scuola superiore Columbine nel 1999 (13 morti) e a quella al Virginia Tech otto anni più tardi (32 vittime). Nel gennaio 2011, poi, in Arizona uno squilibrato di 22 anni aveva sparato alla deputata democratica Gabrielle Gifford, riducendola in fin di vita. E questi sono solo alcuni esempi eclatanti. Ogni giorno in America ben 84 persone vengono uccise da armi da fuoco. Si tratta di 30mila vittime all’anno. E solo un terzo sono dichiarati omicidi; almeno 20mila persone muoiono per incidenti "involontari" maneggiando pistole e fucili.

La lobby delle armi. "Ho cercato di rassicurare i familiari delle vittime che presto l’attenzione mediatica verso l’autore di questo atto svanirà", ha affermato il presidente Barack Obama in visita ad Aurora. "Al contrario, resterà sempre vivo il ricordo di tutte le persone innocenti coinvolte in questa tragedia". Proprio per evitare vittime innocenti sono in molti a chiedersi perché negli Stati Uniti non si regolamenti in modo più stringente il commercio e il possesso di armi, e per quale ragione chiunque – anche persone fragili sul piano psicologico e relazionale – possono acquistare e stipare in casa fucili d’assalto, rivoltelle automatiche, doppiette da caccia. Robert J. Spitzer, professore di Scienze politiche alla State University of New York e autore del libro "The Politics of Gun Control", spiega al Sir: "Il nodo centrale della questione è che la National rifle association" (Nra), la potentissima lobby dei produttori di armi, "è riuscita negli ultimi anni a spostare il baricentro del dibattito nazionale dal tema della regolamentazione del possesso di armi al controverso diritto accordato dalla Costituzione americana di possederle".

Repubblicani e Democratici. La strategia comunicativa della Nra ha funzionato. Nonostante periodiche, tragiche carneficine come quella di Aurora, gli statunitensi mostrano sempre meno interesse verso norme più severe in fatto di produzione, commercio e possesso di armi. Dal 1959 l’agenzia di sondaggi Gallup pone ogni anno questa domanda: "È necessaria una legge che proibisca di possedere armi a tutti tranne a poliziotti e persone autorizzate?". Nel 1959 il 60% degli intervistati era favorevole. Oggi lo è solamente il 26 per cento degli americani. Questa tendenza, nonostante il tasso di criminalità negli Stati Uniti sia sceso ai minimi storici negli ultimi anni, è in parte dovuta all’incondizionato sostegno del Partito repubblicano alla Nra, e in parte alla posizione decisamente soft tenuta dai Democratici, timorosi di perdere voti se ne facessero un capitolo saliente della loro agenda politica. "I Democratici hanno smesso di parlare della questione delle armi", spiega Bill Schneider, professore di Public Policy alla George Mason University. "Politicamente è un terreno minato. L’ultima volta che ci provarono per davvero fu nel settembre 1994. Il Congresso a maggioranza democratica approvò il divieto di possedere fucili d’assalto e il presidente Bill Clinton lo sottoscrisse. A novembre dello stesso anno i Democratici persero la maggioranza in Congresso. Da quel momento in poi i Democrats si sono guardati bene dall’agire in modo deciso in materia".

Un diritto costituzionale. Tutta la questione relativa al possesso di armi ruota attorno al Secondo emendamento della Costituzione statunitense, ratificato nel lontano 1791. Il testo dice: "Essendo necessaria alla sicurezza di uno stato libero una milizia ben regolata, il diritto del popolo a possedere e portare armi non dovrà essere infranto". In quel contesto storico, la giovane nazione temeva un ritorno degli inglesi. Il ragionamento era che se la gente fosse stata armata avrebbe potuto reagire rapidamente. Poi la minaccia della Corona inglese è scomparsa e sono scomparse pure le milizie. Ma il diritto dei singoli cittadini di possedere armi, di fatto, è rimasto. Nel 2008 anche la Corte suprema lo ha riconosciuto, dichiarando incostituzionale quella di Washington D.C. che invece ne vietava ai residenti il possesso. Negli anni, come ha scritto per esempio lo storico Richard Hofstadter, la "gun culture", la cultura del revolver, si è "cristallizzata nel Dna americano". Soprattutto di quella popolazione sparpagliata dal West Virginia all’Ohio passando per il Texas, per la quale il fucile rappresenta un elemento centrale dell’identità. "L’immagine del pioniere-cacciatore che con la rivoltella si difende da animali selvaggi e nemici è stata fortemente romanzata", spiega Jimmy D. Taylor, professore associato di Sociologia alla Ohio University e autore del recente studio "American Gun Culture: Collectors, Shows, and the Story of the Gun". "Con il tempo le armi sono divenute simbolo di patriottismo, di libertà e di un certo tipo di virilità". E quel mito del fucile, amplificato soprattutto dalla letteratura e dal cinema hollywoodiani, per molti americani sembra resistere, nonostante stragi come quella di Aurora.