TERREMOTO
I gemellaggi tra le Delegazioni regionali Caritas e le parrocchie colpite
Al via i gemellaggi nelle sette diocesi colpite dal terremoto. Da una parte vi sono le delegazioni Caritas di tutt’Italia; dall’altra 185 parrocchie in 17 zone pastorali, tra le diocesi di Bologna, Ferrara-Comacchio, Modena-Nonantola, Carpi, Reggio Emilia-Guastalla, Adria-Rovigo e Mantova. A Mirandola, invece, verrà allestito il centro di coordinamento della Caritas. Francesco Rossi, per il Sir, ne parla con don Andrea La Regina, responsabile dell’Ufficio macroprogetti di Caritas italiana.
Come sono stati organizzati i gemellaggi?
"Ognuna delle 7 diocesi colpite è stata gemellata con 1 o 2 delle 15 delegazioni regionali (mentre quella emiliano romagnola è direttamente coinvolta dal sisma). Al Triveneto, ad esempio, sono state assegnate le parrocchie di Ficarolo, nella diocesi di Adria-Rovigo, di San Felice sul Panaro e Camposanto in diocesi di Modena. La Lombardia è gemellata con Moglia e presente pure a Novi, e così via".
Finora le varie delegazioni regionali come sono intervenute nelle zone loro assegnate?
"È stata fatta una prima visita, incontrando i parroci, gli operatori pastorali e le Caritas parrocchiali per progettare insieme un cammino di prossimità, cercando di capire quale scambio tra Chiese sorelle si possa attuare. Il terremoto si è fatto sentire anche all’interno delle comunità, mettendo in difficoltà tante persone: il gemellaggio mostra come ci siano altre comunità disposte a fare un cammino ecclesiale insieme, che tenga conto del dono materiale, ma non solo. Nel gemellaggio si ha la possibilità di scambiarsi esperienze e darsi una mano per superare questo momento di difficoltà, costruendo insieme il futuro".
Quali sono le necessità che stanno emergendo?
"È importante aiutare le realtà locali nella mappatura dei bisogni: chi viene dall’esterno riesce meglio a individuare situazioni di difficoltà che, magari, sono sommerse. C’è poi l’impegno nei centri d’ascolto, soprattutto per gli immigrati, che rappresentano l’80% di coloro che sono ancora sotto le tende. Una volta che chiuderanno le tendopoli bisognerà rispondere alle esigenze materiali, ma anche di riconoscimento di status di queste persone: ce ne sono che hanno perso il lavoro, vanno accompagnate per reinserirsi, per trovare una casa quando quella in cui abitavano non è più agibile. Tutto ciò va fatto nella quotidianità, con presenze discrete, ma significative e mirate".
Come evitare che, con la perdita della casa e magari pure del lavoro, questi stranieri rimangano ai margini, finendo per essere "ghettizzati"?
"Le diocesi e la Caritas devono essere pronte a rispondere non con l’assistenzialismo, ma con uno stile volto a promuovere la dignità di queste persone. Bisogna reinserirle nelle realtà non solo sociali, ma anche lavorative, perché il lavoro dà dignità, non solo il permesso di soggiorno. Ho fiducia che il lavoro riprenda, ma è necessario intercettare queste persone e queste famiglie, che si trovano in una condizione di fragilità, rischiando più di altri di non vedere riconosciuti i propri diritti. Sarebbe importante che, in tale impegno, fosse coinvolta la Regione, in accordo con il non profit e le realtà del terzo settore, di un associazionismo presente in maniera ricca e massiccia sul territorio".
Avete qualche proposta concreta per aiutare queste situazioni?
"Sì, ad esempio in alcuni casi pensiamo di proporre a qualche Caritas di ‘adottare’ una famiglia, che possa lavorare nel centro d’ascolto. Sarebbe un modo con cui la comunità, pur colpita, si fa carico di fratelli in difficoltà riscattandoli, in maniera fattiva, dall’esclusione sociale, coinvolgendoli nel dare una riposta alla marginalità che già c’è proprio per evitare che anch’essi cadano in quella medesima marginalità".
A maggio venne scelto Finale Emilia per il coordinamento della Caritas, che ora invece viene spostato a Mirandola. Perché?
"A Finale Emilia restano il magazzino e il punto d’ascolto parrocchiale. A Mirandola vi sarà una nuova struttura perché lì, sul terreno della parrocchia, abbiamo avuto la possibilità di realizzare una struttura fissa, che poi resterà, appunto, alla parrocchia di Mirandola. È un prefabbricato che avrà una parte per uffici e un’altra per accogliere operatori Caritas e volontari".
I soldi raccolti fino ad ora per quali esigenze vengono utilizzati?
"I 3 milioni di euro messi a disposizione dalla Cei servono per le spese d’emergenza; le offerte raccolte con la colletta del 10 giugno, invece, andranno per la costruzione di centri della comunità".
Quando verranno realizzati questi "centri della comunità"?
"Abbiamo individuato i luoghi dove ce n’è maggior bisogno ed entro Natale realizzeremo i primi. Abbiamo però necessità di ottenere i permessi relativi per costruire e la disponibilità dell’area per almeno 10 anni".
Queste strutture ovvieranno anche alla mancanza di chiese…
"Certamente. Sono strutture multifunzionali, serviranno per celebrare, ma anche per attività sociali e ricreative. Questa, d’altronde, è l’esigenza che hanno oggi le comunità più colpite: avere un luogo d’aggregazione e socio-pastorale, per tutte quelle attività che solitamente fanno capo alle strutture parrocchiali, dalla liturgia alla formazione, dalle attività educative alla festa".