TEATRO DELLO SPIRITO
A San Miniato il dramma di una donna incinta nel tempo della diossina di Seveso
"Vorrei ripartire, sì. Uccidere ciò che mi lega. Essere una semplice anima errante, amica agli uomini, incamminata tra le stelle, superatrice degli spazi. Essere con Lui oltre questo corpo che mi lega, essere con Lui oltre il mondo che mi circonda. Essere con Lui perché questo mondo sia come Lui". A raccontare "l’irruzione del sacro" nel "dramma della quotidianità" è "Anima errante" di Roberto Cavosi, spettacolo scelto quest’anno dalla Fondazione istituto Dramma popolare per rappresentare la 66ª "Festa del teatro dello spirito" di San Miniato (Pi). Lo spettacolo, per la regia di Carmelo Rifici e interpretato da Maddalena Crippa, è andato in scena in prima nazionale il 19 luglio nella piazza del Duomo di San Miniato. Sospeso tra realtà e speranza, parola e poesia, storia e mistero, il testo racconta dei giorni del disastro di Seveso, e di una donna, Sara, che chiede alla Vergine Maria un miracolo per il figlio che le sta per nascere.
"Siamo di fronte a un fenomeno di cui non abbiamo alcuna esperienza. Come i miracoli". La sala d’aspetto dell’ambulatorio è piena di donne. In attesa del proprio turno, tutte aspettano una risposta, una certezza. Vogliono sapere se il figlio che aspettano potrà nascere. Non conoscendo i danni a lungo termine della diossina, alle donne delle zone colpite fu concesso di scegliere se continuare o interrompere la gravidanza. Sara è lì con loro. Anche lei aspetta. Anche lei aspetta un bambino. Ma la scienza non ha risposte, non ha certezze. La nube di diossina che si è alzata quel 10 luglio del 1976 dalla fabbrica Icmesa di Meda, è piombata sull’esistenza delle persone avvolgendole nell’incertezza e nell’attesa. Il quotidiano non esiste più. Le case sono state evacuate, le fabbriche svuotate, gli animali abbandonati, i prati smembrati. La nube ha coperto ogni cosa, cancellato i confini. Una terra di nessuno dove le leggi non contano più. "Non voglio essere il padre di un condannato", dice Davide alla moglie Sara, che continua a fare il sugo, a pregare. Sara non vuole "buttare via niente" della sua vita, neanche di "questa vita". Tutto per lei è reale, autentico, come la vita, come l’incidente, come il figlio, come una preghiera. Non vuole ricominciare. Vuole vivere.
"Pensa se questa stanza si riempisse di angeli, se il Paradiso fosse qui, adesso e noi non lo vediamo". Sara vuole un miracolo. Lo pretende. Prega, cercando nelle parole il significato che sembrano aver perduto. "Vergine santa, riporta la tua parola fra noi". Ed ecco che il miracolo avviene. Maria visita Sara e le propone uno scambio: "Una madre per una madre, un figlio per un figlio". Maria chiede alla giovane donna di prendere il suo posto, di vedere il mondo con i suoi occhi. Ma la realtà che Sara vede, e vive, è quella del Golgota, suo figlio crocifisso. È questo il miracolo che tanto ha cercato, un figlio voluto e ora appeso alla croce. "Che tutte le donne sian madri di Dio?". Sul Golgota le parole riacquistano consistenza, diventano "poesia", cioè "azione". Con le parole le donne sotto la croce "disegnano" il corpo di Cristo: volto, uomo, capelli, cuore, sangue, ventre. È parola autentica, concreta, verbo incarnato. Sara è, come Maria, un’anima errante, che porta con sé il peso della sofferenza. Un peso ostile che le impedisce di seguire il figlio suo, che la fa assistere impotente, sempre e di nuovo, a un dramma che si ripete ogni giorno. Il miracolo, il Golgota, si compie qui. È il miracolo del Dio fatto uomo. È il miracolo di questa vita, concreta, tangibile, ora, e di un figlio che potrebbe essere Gesù Salvatore, anche nel suo corpo mutilato e sofferente.
a cura di Marta Fallani, inviata Sir a San Miniato (Pi)