TERREMOTO

Vita da campo

A due mesi dal sisma un progetto per raccontare il dramma vissuto

Solo una persona è rimasta, a due mesi dal 20 maggio, sotto le tende del campo spontaneo allestito nel giardino dei farmacisti a San Giovanni, frazione di Concordia. Ma lì, nei 1.200 metri quadrati di verde attorno alla villa padronale – dichiarata agibile, ma fortemente danneggiata – Renzo Belli e la moglie Carla Cestari sono arrivati a ospitare un centinaio di persone rimaste fuori casa dopo la scossa del 29.

Da L’Aquila all’Emilia. Quella dei due farmacisti è una delle storie raccolte dall’iniziativa "Terremoto ti scrivo", promossa dalle psicologhe Barbara Rossi e Ivana Trevisani sulla scia dell’esperienza già sperimentata a L’Aquila con un gruppo di donne che nel 2009 hanno vissuto per diversi mesi nei campi d’accoglienza. "L’idea – spiega al Sir Ivana Trevisani, presentando il progetto sotto la tensostruttura del campo d’accoglienza di Medolla – è nata dalla lettera che una donna aquilana ha scritto alle donne emiliane per esprimere la sua solidarietà". Da lì, girando per i campi – soprattutto quelli spontanei – nei paesi terremotati e presentando l’iniziativa, "le persone hanno cominciato a scrivere: c’è chi parla dell’esperienza di quella notte, chi del 29, chi lamenta inefficienze, chi porta riflessioni molto personali". Le due curatrici del progetto non si pongono come psicologhe, ma "come donne – precisa Trevisani – e cittadine che si rapportano con altri cittadini". D’altra parte, aggiunge, già a L’Aquila, "arrivata psicologa sono ripartita semplicemente donna".

Raccontare la ferita. "Vita da campo" è il titolo della pubblicazione nata nei campi abruzzesi, e che ora è stata ripubblicata come "ponte di solidarietà tra L’Aquila e l’Emilia". Per divulgare il progetto c’è innanzitutto il passaparola, poi sono a disposizione una mail (terremototiscrivo@libero.it), un blog e una pagina Facebook. "Se c’è un filo conduttore tra le diverse testimonianze – riflette Barbara Rossi – è legato alla distinzione tra essenziale e superfluo. In altri termini il terremoto ha fatto capire quali sono le cose importanti, che contano, costringendo in qualche modo chi ne è stato colpito a rivedere le priorità". C’è poi l’aspetto traumatico, di quella "ferita che il terremoto provoca irrompendo nella vita quotidiana", osserva Rossi raffigurando "l’intimità ‘violata’" nell’immagine "delle donne in strada e per i campi in camicia da notte".

I "ricchi" e i "poveri". Ce ne sono di storie da raccontare. Come a Reggiolo, il paese "più colpito nella provincia di Reggio Emilia", spiega Antimo Pappadia, sfollato "numero 950" nella tendopoli "Salici". "Ora siamo rimasti in 244 nel campo", riferisce annotando come in città sia stata colpita "via Matteotti, ovvero la zona ricca, il cuore, e la zona povera con le case più vecchie e fatiscenti, nelle quali abitavano gli extracomunitari". Ironia della sorte, "i primi terremotati di Reggiolo sono stati i profughi della Libia, perché la struttura nella quale erano ospitati è venuta giù". E se chi stava in via Matteotti ha trovato un alloggio alternativo, sotto le tende rimangono ancora tanti stranieri.

Il campo dei farmacisti. Ma in più di un caso, dal dolore è uscito il "meglio" delle persone. Renzo Belli e Carla Cestari nella notte tra il 23 e il 24 maggio hanno perso, in un incidente stradale, il loro figlio Marco. Avendo tanto verde attorno a casa, e la chiesa di San Giovanni già inagibile, hanno allestito lì per il funerale e avevano dato la disponibilità del loro prato anche per altre funzioni religiose. Poi è venuta la mattina del 29 "e abbiamo visto i nostri vicini, soprattutto famiglie giovani che abitavano nelle villette a schiera, scappare fuori e rifugiarsi in un campo coltivato, sotto al sole. Così li abbiamo chiamati da noi, lontano dal pericolo del crollo dei muri, all’ombra e con più sicurezza, perché il parco è recintato". Con la pasta presa in fretta e furia da casa e i fornelli da campeggio di uno degli ospiti è stata preparata la prima cena, poi sono cominciati a giungere aiuti da parenti e amici, "tutto grazie ai privati che si sono dati da fare, pagando di persona": dalle docce alla cucina da campo, dalle tende alle tensostrutture, fino al cibo e alle bottiglie di acqua.

Le tende e le case. "Siamo riusciti a sfamare un centinaio di persone", prosegue il farmacista, ed è rimasta pure tanta roba "data a chi non aveva niente, agli altri campi e alle persone che venivano a chiedere aiuto". Dopo le famiglie vicine, nel campo dei farmacisti sono arrivate altre persone e tanti anziani "anche da Concordia, che non volevano andare nel campo ‘ufficiale’ della Croce Rossa". Ora la gran parte di costoro ha trovato una sistemazione, seppure la paura non sia del tutto passata: quanti hanno la casa agibile vi hanno fatto ritorno, altri hanno trovato appartamenti sostitutivi. Un’esperienza di accoglienza edificante e conclusasi felicemente, ma per tanti altri la vita in tenda non è ancora terminata: ancora oggi sono 9.838 le persone assistite nei campi e nelle altre strutture gestite della Protezione civile tra Emilia Romagna, Lombardia e Veneto, mentre nei parchi e nei cortili continuano a vedersi tante tende "spontanee". L’emergenza non è finita.

a cura di Francesco Rossi, inviato Sir a Medolla