CHIESE EUROPEE
Incontro Ccee a Edimburgo: a colloquio con mons. Mariano Crociata
Nei giorni scorsi si è tenuto ad Edimburgo (Scozia) il 40° incontro dei segretari generali delle conferenze episcopali europee al quale ha partecipato anche mons. Mariano Crociata, segretario generale della Conferenza episcopale italiana. Paolo Bustaffa, direttore di Sir Europa, e l’inviato Daniele Rocchi, lo hanno incontrato alla conclusione dei lavori.
In questo incontro europeo sono stati affrontati temi di rilievo (vita, famiglia, libertà religiosa, libertà di educazione) che richiamano l’importanza di un pensiero comune delle Chiese in Europa: quale è la sua valutazione?
"Va subito precisato che incontri del genere non sono un mero adempimento nell’attività di un organismo o di una istituzione, ma mostrano tutto l’interesse nutrito dai partecipanti mossi dal bisogno di condividere un’esperienza così intensa e significativa come quella delle conferenze episcopali, con gli aspetti positivi e i nodi problematici che oggi presenta. La Chiesa, peraltro, vive sempre di questa esigenza di condivisione, che porta a farsi carico dei problemi gli uni degli altri e ad arricchirsi gli uni gli altri con le esperienze positive maturate. C’è un cammino europeo di cui si va prendendo sempre più coscienza e di cui si avverte la preziosità e la necessità. Credo che oggi si sia raggiunta una coscienza avvertita che non si può fare Chiesa rimanendo chiusi nel proprio alveo nazionale. In questo mondo globalizzato, fatalmente ci si impoverisce senza la circolazione della vita delle diverse Chiese in un territorio – pur con tutte le sue differenze largamente omogeneo come quello europeo. In questo senso le lingue sono la cifra della fatica da fare per superare le barriere che ancora ci sono nel comunicare, ma anche della possibilità e della necessità di imparare a comunicare e a capirsi".
Un tema concreto affrontato da tutti i presenti è stato quello della famiglia: perché questa comune preoccupazione?
"Ho riscontrato la conferma di una pericolosa linea di tendenza che vediamo addirittura rafforzarsi, quella cioè a disarticolare la famiglia, a mutarla e a stravolgerla. Ho chiesto ad alcuni miei confratelli se questo sia l’obiettivo di gruppi di pressione, di aree culturali definite e circoscritte o piuttosto una tendenza che va a diffondersi sempre più. Le risposte non sono state univoche. Mi sono fatta l’idea che ci sono delle lobby attive nel portare avanti iniziative dirette a cambiare volto alla famiglia, al rapporto uomo-donna, alla persona nella sua integrale dignità, al valore della vita. Però sono non meno convinto che ci sia ancora un tessuto di umanità profondamente sano, anche in quei Paesi che appaiono prevalentemente pervasi di laicismo. C’è un sentimento profondo, sotterraneo, radicato, che testimonia che il senso dell’umano persiste e può essere sempre meglio recuperato. A fronte della sfida messa in atto da gruppi di pressione, dovremmo prendere ancor più coscienza che qui è in gioco l’identità dell’essere umano, la salvaguardia della sua integrità".
Negli interventi si è parlato di tentativi di rimozione della fede dalla vita pubblica che per alcuni hanno qualche venatura di persecuzione…
"Vorrei premettere, richiamando il tema della famiglia ma non solo, che taluni commentatori e non pochi media sono arrivati a far diventare ‘pensiero politicamente corretto’ idee e proposte che stravolgono l’essere umano e ne minacciano integrità ed esistenza. Quanto ai cristiani in particolare, più che di persecuzione parlerei di disagio, di senso di minoranza da parte di chi pensa diversamente dal politicamente corretto o, come qualcuno lo definisce, dal pensiero unico. Per noi cristiani preferirei parlare di difficoltà a dare espressione a un pensiero non allineato con l’opinione della maggioranza o, almeno, rappresentata come maggioranza dai media. Questo non dice i termini reali delle proporzioni fra maggioranza di opinioni e minoranze, ma spiega l’effetto di condizionamento che questo ‘politically correct’ esercita nel dibattito pubblico".
Per far fronte a questo ‘politically correct’ si può rispondere come è stato detto – con l’eccellenza della vita di fede?
"L’idea dell’eccellenza intellettuale è stata proposta nel corso del nostro incontro in modo significativo. Si tratta di un tema tipico di Newman e della sua idea di università. Sono persuaso che una visione si afferma quando è testimoniata, vissuta e presentata con una qualità alta. L’eccellenza, però, non riguarda solo la dimensione intellettuale, ma tocca tutti gli aspetti delle persone e del loro stile di vita. La santità è un’eccellenza nella coerenza e nella integrità della vita di fede. Il rischio che si corre è che, sotto la pressione di un pensiero ‘politically correct’, ci adagiamo su un livello di scarsa qualità sia intellettuale sia di stile complessivo, di azione e di vita".
Questa eccellenza comunque non ha a che fare con l’élite…
"Qui si tocca un punto cruciale, e cioè il carattere popolare della fede cristiana. L’eccellenza non si incontra in gruppi ristretti, e meno che mai isolati; essa può ben essere riscontrata come finezza nella sensibilità di fede anche in persone semplici, in uno stile di vita coerente, in una forma di dedizione specifica, nello spirito di preghiera".
Ma come si può coltivare questa eccellenza?
"Puntare sulla singola persona e cercare di svilupparne tutte le qualità è sempre necessario, perché solo la singola persona, nella sua consapevolezza e libertà, può scegliere e dedicarsi in modo pieno e coinvolgente. Il punto critico si riscontra nel fatto che le persone hanno bisogno di un ambiente per crescere, e di un ambiente in cui l’ideale dell’eccellenza sia diffuso e condiviso. Sta tutto qui il nostro compito: compito strutturale nel cattolicesimo proprio per la sua apertura popolare, per la sua destinazione a tutti senza esclusioni di sorta. Il cattolicesimo rimarrà sempre il contrario della setta, delle élite chiuse e isolate".
Questi incontri europei sono per ogni Chiesa un dono accolto e un dono offerto: per la Chiesa italiana come leggere i due doni?
"Il dono accolto consiste nell’aiuto che ci viene dall’ascolto delle esperienze altrui e nella presa di coscienza del valore di ciò che ci appartiene e che rischiamo di perdere. Riscopriamo così l’esigenza impegnativa di coltivare il nostro tratto specifico, ovvero questo tessuto sociale che si nutre di una diffusa tradizione culturale popolare, questa Chiesa di popolo che ancora in qualche modo resiste in Italia. Lo scambio riguarda anche ciò che noi e gli altri non abbiamo ancora del tutto raggiunto e che il Sinodo sulla nuova evangelizzazione e l’Anno della fede vogliono evidenziare, e cioè la capacità di iniziativa, la tensione missionaria, l’esigenza della fede cristiana di qualificarsi, di diffondersi e convincere. Di fronte a un diffuso senso di stanchezza, di fatica e di rassegnazione occorre ritrovare e riproporre la bellezza e l’entusiasmo della fede cristiana, dell’incontro con Dio come esperienza sempre nuova di speranza e di felicità per ognuno e per tutti".
Nell’incontro si è parlato anche del travaglio che l’Europa sta attraversando negli ambiti della politica, dell’economia e della vita sociale. Quale la sintesi del confronto?
"Distinguerei due livelli: quello delle dinamiche istituzionali e politiche, con tutta la fatica del cambiamento a livello globale, ed uno più profondo e lento ma efficace se pure condizionato dal primo. Se il processo istituzionale si inceppa o si interrompe tutto diventerà più difficile e faticoso: anche trasmettere la fiducia e la convinzione del valore che ha il perseguire l’ideale di unificazione. Ma noi possiamo molto, e molto di più, sia sul piano culturale che su quello religioso, per rafforzare e accompagnare i processi lunghi e i movimenti di fondo verso l’unificazione. Il nostro compito primario è comunque essere e fare Chiesa. Quanto più si sarà efficaci in questa opera di edificazione della Chiesa e di missione, tanto più emergerà un tessuto di valori che è già un’unità dentro l’Europa. Unità non solo di fede ma anche di visione del mondo e della convivenza, di visione storica e di cultura condivisa attorno ad alcuni poli cruciali della coscienza collettiva".
In questa prospettiva si possono vedere segnali nuovi da parte del laicato?
"Credo proprio di sì. In Italia si sta risvegliando una grande attenzione per il pensare e l’agire socio-politico. Si tratta di perseverare al fine di far crescere tale coscienza e qualificare l’impegno formativo dei laici. Torna così il tema dell’eccellenza, perché i laici sono chiamati a esprimersi e intervenire con competenza e credibilità anche a livello istituzionale, sia nazionale che europeo".