50° CONCILIO
Nella tradizione e nella storia della Chiesa
"Riattivare nella Chiesa, come nei primi secoli, quella caratteristica costitutiva del suo esistere nel tempo, in cui la ricezione dei concili da parte del popolo di Dio non è che ‘l’ampliamento, lo sviluppo e il prolungamento del processo conciliare’". È l’augurio espresso da don Umberto Casale, docente di teologia fondamentale all’Istituto superiore di scienze religiose della Facoltà di teologia di Torino e membro dell’Ati (Associazione teologica italiana), nella prefazione al suo ultimo volume "Il Concilio Vaticano II. Eventi, documenti, attualità" edito da Lindau. Per riflettere sul significato del Concilio nella storia della Chiesa e sull’attualità del messaggio a 50 anni dall’apertura Riccardo Benotti, per il Sir, lo ha intervistato.
Alcuni studiosi ritengono che il Concilio abbia costituito una "rottura" della tradizione…
"Il Vaticano II, come gli altri Concili non è una rottura della tradizione bensì un’espressione fra le più brillanti della tradizione stessa. Neanche l’idea di ‘discontinuità’ (separata, o opposta alla continuità) è in grado di cogliere il senso e il valore dell’ultimo Concilio. Occorre lavorare teologicamente a fondo sul concetto di tradizione se si vuole arrivare a situare il Vaticano II nella lunga storia della tradizione cristiana (e dei documenti del Magistero della Chiesa). La tradizione di Gesù perché di questo si tratta non è un dato fisso o morto, bensì è realtà viva e vivace, ‘progredisce’ e ‘cresce’ (Dei Verbum 8), sicché la dinamica tradizione-progresso ne costituisce il tratto saliente. ‘Tradizione e progresso sono una coppia di termini omogenei’, come diceva lo storico della Chiesa H. Jedin, non possono essere separati o disgiunti. La tradizione senza progresso sarebbe la cristallizzazione della tradizione; il progresso senza tradizione sarebbe stravolgimento della tradizione. Sono le posizioni dei ‘conservatori’ (cristallizza la tradizione) e dei ‘progressisti’ (cambia la tradizione) a separare scorrettamente tradizione e progresso, una tale separazione ostacola la corretta comprensione dell’evento e dei testi conciliari, dal momento che evento e testi si muovono nella suddetta dinamica".
Come si può superare l’idea di "discontinuità" nella storia millenaria della Chiesa?
"Credo sia corretto superare le parziali ‘ermeneutica della continuità’ e ‘ermeneutica della discontinuità’ con quella che Benedetto XVI chiama ‘l’ermeneutica della riforma’, già presente nelle intenzioni di Giovanni XXIII e ripresa da Paolo VI. Così non si tratta di giudicare il Concilio alla luce della tradizione, ma di vederlo come sorgente di tradizione. In questa prospettiva va interpretato l’evento conciliare e va letto il corpus dei testi: questa è l’eredità e il significato attuale del Vaticano II".
È importante riscoprire oggi i testi conciliari?
"Certamente, nella prospettiva suddetta, vanno letti e assimilati nel rispetto dei tre ‘poli’: l’opera dei Padri conciliari, i ricettori odierni e la lunga tradizione della Chiesa. La sinergia di questi tre ‘poli’ permette di cogliere l’affondo operato dal Concilio: la presentazione dell’identità cristiana nel legame col suo principio (la Rivelazione, attestata dalla Scrittura) e nel suo legame comunicativo (la testimonianza) col mondo contemporaneo. Direi soprattutto le quattro costituzioni, che rappresentano l’orizzonte entro il quale leggere i decreti e le dichiarazioni e, fra queste, un primato ‘teologico’ spetta alla Dei Verbum, dove vengono riproposte le assi portanti del cristianesimo e della stessa teologia. A tanti anni dalla sua promulgazione la Dei Verbum non ha esaurito la sua carica innovativa e offre ai cristiani che la leggono la sensazione di una sorprendente freschezza. Il principale impegno della pastorale oggi è quello di creare degli ‘spazi’ in cui ‘la grazia profetica del Vaticano II possa essere recepita’, come ha scritto recentemente C. Theobald".
Quale eredità ha lasciato il Vaticano II?
"Dal punto di vista della forma direi senz’altro l’agire sinodale, collegiale della Chiesa a vari livelli, l’istanza dell”aggiornamento’ e del principio dell’Ecclesia semper reformanda, il rispetto e la concordia dei vari ministeri e carismi che vivono e operano nelle comunità, l’atteggiamento ecumenico nelle relazioni fra le confessioni cristiane e il dialogo fra le religioni. Dal punto di vista dei contenuti soprattutto il ripensamento delle caratteristiche essenziali della fede cristiana. Nel mio libro ne ho segnalate alcune: la centralità del mistero trinitario di Dio (rivelato dal Cristo e donato dallo Spirito: Dio/Agape) e la correlativa concezione della ‘fede che salva’, della ‘fede testimoniale’; la priorità della Parola di Dio nella vita del cristiano e della Chiesa tutta; una rinnovata ecclesiologia (‘popolo di Dio’, ‘sacramento universale di salvezza’); una partecipazione piena alla celebrazione liturgica (come actio Christi et Ecclesiae); il ripensamento del rapporto Chiesa-mondo e , infine, un rinnovamento teologico e pastorale dell’escatologia cristiana".
Che lezione cogliere per la Chiesa presente e futura?
"Il Vaticano II è stato ‘la grande grazia’ che lo Spirito ha fatto alla Chiesa del XX secolo e può costituire la ‘bussola’ della Chiesa del XXI secolo (secondo le parole di Giovanni Paolo II), o, con un’espressione felice di Paolo VI: ‘Il Vaticano II è stato un triplice atto d’amore: verso Dio, verso la Chiesa, verso il mondo’".