SERVIZIO CIVILE
La ricerca dell’Università Cattolica in collaborazione con le Acli
"Una scelta che cambia la vita, non è solo uno slogan, ma è quanto raccontano i giovani che hanno vissuto l’esperienza del Servizio civile. Indipendentemente da quali saranno le loro scelte future, per tutti loro, l’anno di Servizio resta qualcosa di unico, una palestra di cittadinanza". A parlare è Elena Marta, docente di psicologia sociale all’Università Cattolica di Milano, responsabile del progetto di ricerca sul tema del Servizio civile promosso dall’Osservatorio sul volontariato dell’Università Cattolica di Brescia in partnership con Acli nazionale. Una ricerca, condotta dal 2008 al 2010, i cui risultati sono stati pubblicati nel testo “Costruire cittadinanza. L’esperienza del Servizio civile nazionale italiano” edito da La Scuola (2012). Un tema quello del Servizio civile tornato di stretta attualità dopo che si era temuto per la sua chiusura. Il 12 giugno il ministro per la Cooperazione, Andrea Riccardi, ha annunciato lo stanziamento di 50 milioni di euro che permetteranno di avviare al Servizio civile circa 19 mila giovani nel 2013 e altrettanti nel 2014. Ad invocarne il rilancio è anche la "Carovana" promossa dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, che sta attraversando in questi giorni diverse città italiane. Sugli esiti della ricerca Michele Luppi, per il Sir, ha intervistato Elena Marta.
Come giudica la decisione di salvare il Servizio civile nazionale?
"È certamente un fatto positivo perché resta una delle poche scuole di cittadinanza ancora esistenti nel nostro Paese. Dimostra come i giovani, se sollecitati e aiutati, rispondono in maniera positiva all’impegno, non solo in campo sociale, ma anche nel rapportarsi con le Istituzioni. Non si tratta solo di una crescita individuale, ma anche di costruire un’identità civica e di cittadinanza. Certo c’è anche chi vede il Servizio civile come un lavoretto ma, al di là delle motivazioni, gli effetti positivi sono riscontrabili in tutti i giovani intervistati".
Avete riscontrato delle differenza tra le varie parti del Paese?
"Non dobbiamo nasconderci come nelle regioni del sud, specie in questo periodo di crisi, il Servizio civile possa essere visto come un ammortizzatore sociale. Dall’altra parte, però, proprio in meridione il Servizio civile ha ricadute più forti sulla società. Forse perché al centro-nord esistono maggiori reti sociali e opportunità di impegno, mentre al sud il Servizio civile rappresenta una delle poche opportunità per maturare valori civici".
La ricerca evidenzia un identikit del "civilista" con un livello educativo medio alto. Non si corre il rischio di precludere questa opportunità di crescita a molti altri giovani?
"Questo è uno dei problemi emersi: credo sia necessario un ripensamento, iniziando dai bandi che spesso richiedono solo giovani con un particolare tipo di competenze. Sono convinta che, se esteso, il Servizio civile possa essere molto utile come strumento di prevenzione del disagio anche nelle fasce più fragili. Da qui la necessità di diversificare i profili richiesti in modo da includere anche altre categorie di giovani".
La vostra indagine ha rilevato come il successo di questa esperienza sia legato in maniera stretta al ruolo di accompagnamento da parte dei tutor…
"Il ruolo dell’Olp (Operatore locale di progetto) è fondamentale perché rappresenta il mediatore tra la comunità sociale e il ragazzo. Si tratta di una grande responsabilità per questo credo sia necessario investire nella loro formazione. I ragazzi più soddisfatti del resto sono quelli che hanno svolto il Servizio in realtà dove il personale ha maggiori capacità di accompagnamento".
Il Servizio civile può essere anche un’occasione per dimostrare agli adulti che i giovani sono meglio di come spesso vengono dipinti?
"È un luogo di incontro tra generazioni e di valorizzazione per entrambi. Non solo, la presenza di un punto di vista giovane può portare anche a migliorare le attività e i servizi delle stesse organizzazioni".
Dalle interviste ai giovani è emerso anche qualche aspetto negativo?
"Le ombre riguardano soprattutto i tempi attuativi. In molti casi dalla presentazione del progetto a quando il giovane entra effettivamente in servizio passa del tempo e, non sempre, l’organizzazione può aspettare. Capita così di dover intervenire su un progetto già in corso o progetti diversi dai preventivati. Inoltre è emerso come le realtà più piccole non sempre riescono a garantire l’accompagnamento del giovane che rischia così di trasformarsi in un tappabuchi chiamato a sopperire alla mancanza di personale".
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Scheda
La ricerca, che si è svolta sul territorio nazionale, ha coinvolto 190 giovani 50 per i focus group e 140 per la longitudinale – di età compresa tra i 20 e i 29 anni. I giovani incontrati sono per lo più studenti (35%) seguiti da una buona fetta di giovani in cerca di occupazione (27%) e di studenti-lavoratori (24%). Più della metà dei giovani ha un diploma di maturità (55%), il 6% un diploma tecnico professionale, il 24% una laurea triennale e il 12% una specialistica. La maggior parte è residente e svolge Servizio Civile al Sud (56%). La quota restante si equi distribuisce tra Centro (21%) e Nord (23%). La maggioranza dei giovani ha dichiarato di aver partecipato ad attività di volontariato precedentemente (63%) contro un 31% che ha detto di non aver mai avuto alcuna esperienza. Alla ricerca hanno collaborato Acli, Avis nazionale, Caritas nazionale, Arci- Servizio civile, Salesiani per il sociale, Legambiente, le Misericordie).