PARROCCHIE E TERRITORIO
Oggi e domani a Torino seminario Cop sulle unità pastorali
"Le unità pastorali sono chiamate a dare una risposta efficace alle domande della vita della Chiesa, e quindi delle comunità cristiane. A cominciare dalla dimensione missionaria, che è una delle sfide più grandi cui siamo chiamati, passando da una parrocchia tridentina, impostata attorno al proprio campanile, a una parrocchia di più campanili, capace di raggiungere tutti gli ambienti di vita". Con queste parole mons. Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino, ha aperto oggi pomeriggio a Villa Lascaris di Pianezza, alle porte del capoluogo piemontese, i lavori (che proseguiranno fino a domani) del seminario "Unità pastorali a confronto", organizzato dal Centro di orientamento pastorale (Cop) e dal Centro studi e documentazione della diocesi di Torino, che vede delegati da ogni parte d’Italia riuniti per interrogarsi sull’esperienza delle unità pastorali.
Comunione, parrocchia e formazione. Per mons. Nosiglia, l’aspetto fondamentale di cui le unità pastorali devono tenere conto è innanzitutto "la comunione, che realizza l’essere della Chiesa, e non è solo legata a un piccolo territorio, ma a un territorio più vasto"; "deve avere come perno fondamentale il presbiterio, coinvolgendo e responsabilizzando i preti, insieme ai diaconi, ai religiosi, alle religiose e ai laici per favorire la pastorale comunitaria". E poi "la parrocchia, che ha chiarito l’arcivescovo resta una parrocchia, e che sino a oggi è stata considerata una delle realtà popolari più forti e decisive nell’ambito della nuova evangelizzazione". Mons. Nosiglia ha poi sottolineato l’importanza della formazione: "È un’altra sfida, una risorsa che le unità pastorali possono offrire agli operatori pastorali ha detto l’arcivescovo , su cui occorre però stare attenti, perché le unità pastorali non siano viste dalla gente come un fatto che riguarda soltanto il clero, ma come il frutto del coinvolgimento dei laici, formati in maniera matura e responsabile".
Questioni aperte. L’arcivescovo di Torino ha poi messo in guarda da alcuni rischi, come "la frammentazione del clero, che impedisce di crescere in una fraternità ampia". Per quanto riguarda gli "organismi di partecipazione, voluti dal Concilio Vaticano II per la corresponsabilità dei laici", "bisogna interrogarsi ha spiegato mons. Nosiglia circa il ruolo che possono assumere all’interno delle unità pastorali". "Bisogna tenere presente poi che la parrocchia resta tale, perché centro della comunità", ha concluso l’arcivescovo; nei suoi confronti "l’unità pastorale dev’essere una realtà di servizio, coinvolta attorno a un progetto comune, su cui si gioca il futuro delle comunità cristiane".
Far convergere le forze. "Tutti stiamo vivendo un’esperienza di nuova strutturazione, sotto diverse forme di aggregazione, delle nostre parrocchie all’interno di alcuni territori", ha sottolineato mons. Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina e presidente del Cop. "Ma c’interessa, al di là del nome che queste esperienze possono assumere, che servano alla convergenza dei ministeri e delle forze. Poiché non bisogna far diventare l’unità pastorale un centro di fornitura dei servizi e non si tratta nemmeno di sostituire la carenza di clero, ottimizzando le risorse umane come se ci si trovasse in un’azienda".
Comunione di valori. Il seminario si è aperto con l’illustrazione dei risultati della ricerca sulle unità pastorali promossa dal Cop nel 2010. "Dai dati ha affermato don Giovanni Villata, responsabile del Centro studi e documentazione della diocesi di Torino emerge che le forme di aggregazione tra parrocchie sono state e sono tuttora un motore della nuova evangelizzazione, soprattutto dove si è riusciti a superare quella mentalità del clero legata a una concezione tridentina, che ha visto nella parrocchia un organismo autarchico. L’unità pastorale nasce invece per essere comunione di valori, non solo di persone. E questo è un tratto della nuova evangelizzazione molto importante, poiché chi agisce da solo non ha futuro".