ANGELUS
Quella che Giovanni Battista indica anche all’omo di oggi
Nella storia del popolo d’Israele si sono susseguite vicende, tragiche o liete, all’insegna del "nulla è impossibile a Dio", negli eventi che ne scandiscono l’esistenza se è assolutamente importante l’agire della persona, altrettanto lo è l’agire di Dio. Giovani Battista vive una posizione inedita: nasce in una famiglia in cui il padre "Zaccaria marito di Elisabetta, parente di Maria , era sacerdote del culto ebraico". Quindi viene educato nella mentalità dell’ebreo credente.
E si ritrova a dover annunciare, profeticamente, la chiusura di un’epoca, la sua, perché se ne sta aprendo un’altra, quella del cugino Gesù di Nazareth. Così almeno pensano in molti.
Forse la realtà è molto più profonda, tutto il prodigio che avvolge la sua nascita e la rende straordinaria, guarda al "mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio".
Quindi Giovanni che con il nome, "il Signore fa grazia", prelude al compito della vita, non chiude con un’era ma la spalanca all’accoglienza di quanto nella pedagogia divina si andava preparando.
Non siamo soli a ritrovarci recalcitranti nell’assumere un’ottica così grandiosa e nuova, anche suo padre Zaccaria non solo rimase scosso ma decisamente dubbioso e la parola gli fu tolta, finché non riconobbe la grandezza della benedizione scesa sulla sua casa e, attraverso, il figlio su tutta l’umanità.
Figlio di cui non scelse il nome, come era suo diritto ed uso, fra gli ascendenti familiari ma accettò la scelta di Dio e scrisse: "Giovanni è il suo nome".
Questa accettazione consente alla forza dello Spirito di entrare con vigore nell’animo di Zaccaria e di sciogliere il nodo che lo rendeva muto, tanto da esplodere in un inno che ogni sera, nella preghiera di Compieta, si recita: "E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo / perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade, / per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza / nella remissione dei suoi peccati" (Lc 1,76-77).
In un lattante, bisognoso di tutto e ancora impossibilitato a scegliere, viene tracciato così dallo Spirito un piano grandioso, universale.
Giovanni non resterà muto, saprà riconoscere nel giovane uomo che gli si presenta davanti alle rive del Giordano, quel Cristo di Dio, in vista del quale egli era nato e che gli esprimerà il miglior elogio che si ricordi: "Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, / davanti a te egli preparerà la via. In verità io vi dico: fra i nati di donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui" (Mt 11,10-11).
Tanto da essere "l’unico santo di cui la liturgia festeggia la nascita", solo dei grandi nobili personaggi nell’antichità si conosceva la nascita, attesi da celebri dinastie, invece questo bimbetto, nato ai margini dell’Impero romano e in un oscuro villaggio montagnoso, brilla nella storia perché annuncia Colui che ne imprimerà la grande svolta.
Ha compiuto quindi Giovanni quanto gli era stato consegnato? Fino al momento del Battesimo di Gesù la sua vita si è spesa da predicatore itinerante, da profeta che scuote dal torpore consueto e annuncia le vie di Dio "chiamando la gente a prepararsi, con quel gesto di penitenza, all’imminente venuta del Messia, che Dio gli aveva rivelato durante la sua permanenza nel deserto della Giudea".
Un altro passo gli sarà "chiesto di precedere Gesù anche nella morte violenta", giocare la sua vita per testimoniare, con il sangue, la Verità.
Dinanzi ad una simile vita, la nostra quale valore può avere? Se è il più grande fra i nati di donna, noi nati da donna quale posto possiamo occupare? Si può ipotizzare una grandezza simile o, almeno, vicina alla sua?
L’interrogativo, posto in questi termini, palesa tutta la sua debolezza: è mal posto fin dall’inizio e rischiamo non solo di rimanere muti come Zaccaria ma anche di non riacquistare più la parola perché il nostro orgoglio ci acceca.
Gesù non ci apre solo spazio sulla terra, ci addita il Regno dei cieli e, allora, magari minuscoli ma una volta giuntovi, anche noi godremo della sua unica stessa grandezza: avendo riconosciuto nell’Uomo di Nazareth, il Santo di Dio, il Salvatore.
Solo però perché "nulla è impossibile a Dio".