UE-OLTRE LA CRISI

Passaggi obbligati

Dal G20 al Consiglio europeo di fine giugno: gli impegni dei 27

Una settimana di paradossi, forse di sorprese, di vecchie convinzioni e di auspicabili nuovi convincimenti separa la chiusura del G20 dal summit europeo del 28 e 29 giugno. A Los Cabos le grandi potenze mondiali hanno processato l’Europa, richiamandola infine a intraprendere la strada che unisce rigore e crescita. L’eurozona è stata d’altro canto sollecitata a tendere la mano ad Atene (dove nel frattempo è nato un governo di coalizione pro-europeo), conferendo così stabilità alla moneta unica. A Bruxelles nel prossimo fine settimana i 27 si ritroveranno invece per tentare di chiudere il cerchio che comprende il salvataggio definitivo della Grecia, la messa in sicurezza del debito sovrano, il varo di azioni incisive per la crescita, la improcrastinabile scelta di campo per una governance economica condivisa.
Il Consiglio europeo, ufficialmente convocato per affrontare il nodo della crescita, in realtà dovrà fornire una prima e convinta risposta sulla volontà di serrare i ranghi per costruire un’Europa più forte e coesa. Al G20 gli interlocutori dei vari rappresentanti provenienti dal vecchio continente (Germania, Francia, Regno Unito, Italia, oltre al presidente del Consiglio Ue e a quello della Commissione) non erano semplici leader nazionali, ma capi di giganteschi Stati-continente, come gli Usa, la Cina, l’India, il Brasile o la Russia. Con interlocutori di quel calibro, occorre "fare squadra" e parlare con una sola voce. Diversamente si finisce schiacciati in un angolo, come è accaduto nel confronto sull’origine e la responsabilità prima della crisi che dal 2008 tormenta il mondo: tutti sanno che si è generata in terra statunitense per poi ricadere pesantemente al di qua dell’Atlantico, ma in questo serrato dibattito Obama parlava a nome degli Stati Uniti d’America, mentre Merkel e Hollande, Cameron e Monti, Van Rompuy e Barroso, davano voce a un’Europa ancora frammentata, troppo debole politicamente, e, dunque, minuscola.
L’integrazione a dodici stelle deve ripartire da qui. Da un "sì" rinnovato e convinto all’integrazione politica, che aprirebbe la strada ad accordi "tecnici" (quanto mai necessari) su fondo salva-Stati, unione bancaria, ampliamento del mandato della Bce, bond, investimenti infrastrutturali, mercato unico, ricerca, politica energetica… Le soluzioni operative si possono trovare solo se sono precedute e favorite da un accordo di fondo sul comune orizzonte che lega fra loro gli Stati membri dell’Unione europea. Ovviamente i problemi non si risolvono con inesistenti automatismi o con medicine senza "effetti collaterali". Il G20 ha ad esempio certificato il fatto che troppi Paesi europei hanno accumulato un debito pubblico fuori controllo, per ridurre il quale occorrono tagli, riforme, ulteriori sacrifici imposti ai cittadini. Quanto stanno patendo in questi mesi i greci non è detto che sarà risparmiato a spagnoli e irlandesi, italiani e ciprioti, francesi, ungheresi o romeni. Anzi, si può stare certi che i risanamenti dei conti statali ricadranno (come già è accaduto sul fronte occupazionale) sui lavoratori, sulle famiglie, sui giovani, sui consumatori. Lo stesso succederà nel momento in cui l’Europa nel suo insieme porrà mano alla revisione dei sistemi pensionistici oppure ai generosi welfare che oggi sono diventati finanziariamente insostenibili.
Proprio per reggere politicamente, economicamente e soprattutto socialmente a questa difficile "attraversata del deserto", l’Europa (gli Stati aderenti e le sue istituzioni comuni) ha bisogno di coesione, di solidarietà, di responsabilità. Deve compiere dei passaggi obbligati. Per confermarsi un "gigante buono" tra i giganti del ventunesimo secolo.