SOLIDARIETÀ
La casa domotica donata dagli alpini a Luca Barisonzi, ferito in Afghanistan
"Missione compiuta!": è il motto risuonato, lo scorso 19 maggio, a Gravellona di Lomellina (Pavia) dove, con una messa di ringraziamento, è stata inaugurata la casa domotica di Luca Barisonzi, caporal maggiore dell’8° Reggimento Alpini, gravemente ferito, il 18 gennaio del 2011, a Bala Murghab in Afghanistan in un attentato in cui è rimasto vittima il suo amico e commilitone sardo Luca Sanna. Barisonzi, in seguito a quell’attacco, sferrato a tradimento da un terrorista infiltratosi tra i militari afghani addestrati dagli alpini, oggi è tetraplegico ma non per questo ha smesso di impegnarsi per gli altri. "Sentirmi un alpino e credere che per noi nulla è impossibile", è da questa convinzione, racconta al Sir, che "traggo tutta la forza per continuare la mia missione". Una forza mostrata sin da subito, quando nemmeno un mese dopo il ferimento, dal suo letto nell’ospedale Niguarda, lanciava attraverso Facebook una raccolta fondi per acquistare un robot, Lokomat, del costo di circa 400 mila euro, da donare all’unità spinale del nosocomio per permettere la riabilitazione motoria dei pazienti. "Un apparecchio spiega – per il recupero del cammino che io non potrò utilizzare in quanto la mia lesione non me lo permette, ma altri potranno farlo ed ottenere moltissimi benefici".
La casa di Luca. Da quel giorno Luca, oggi ventunenne, non si è mai fermato, continua la sua riabilitazione, porta la sua testimonianza nelle scuole, ha scritto un libro, in collaborazione con la storica Paola Chiesa, "L’Italia chiamò", e ne progetta il seguito. Intanto c’è anche chi pensa a lui come l’Associazione nazionale alpini (Ana) che con una capillare opera di raccolta ha provveduto a finanziare la costruzione della sua nuova casa, un’abitazione domotica, interamente telecomandata, attrezzata per soddisfare le sue esigenze. Un’opera notevole che ha richiesto 920 giornate lavorative, attrezzature biomediche, dono del ministero della Difesa, 270 mq di superficie, più altri 100 al primo piano, una piccola palestra per la fisioterapia quotidiana. "Un miracolo umano frutto di solidarietà, generosità e umanità" ha ricordato, durante l’inaugurazione, il presidente dell’Ana, Corrado Perona, che ha coordinato i lavori portati avanti da 130 volontari. "Con questa casa abbiamo voluto ricordare anche il caporal maggiore Luca Sanna, caduto nello stesso attentato, e il caporal maggiore Matteo Miotto, ucciso solo pochi giorni prima. Aiutare i vivi per ricordare i morti è il nostro impegno". Solidarietà premiata da Greenaccord nel corso dei lavori del IX forum dell’Informazione cattolica per la salvaguardia del creato, svoltosi a Trento dal 14 al 17 giugno.
Grande generosità. Generosità e fratellanza che hanno colpito molto Luca: "Per costruire la casa tanta gente, volontariamente, ha lasciato il proprio lavoro, la propria famiglia. Dentro di me so che ogni alpino è disposto a fare una cosa del genere per la persona che gli sta accanto, gratuitamente". Il caporal maggiore ricambia donando la sua storia, il suo credere "nel mio Paese, nella nostra terra ed è giusto fare qualcosa per rappresentarla ed onorarla. Soprattutto oggi che viviamo un momento non facile. Pensiamo a ciò che è stato questo nostro Paese, alle grandi cose che ha prodotto. Spesso dimentichiamo le nostre radici, la nostra storia, dimentichiamo chi siamo. Quando mi trovo a parlare soprattutto nelle scuole, cerco di raccontare quello che facciamo nelle missioni internazionali all’estero. Noi italiani abbiamo qualcosa in più, dentro. Nessuno ci ha addestrati a rinunciare al cibo che ci viene dato a pranzo per poterlo poi dare ai bambini afgani che non ne hanno. Lo facciamo perché ci sentiamo di farlo". Nonostante la sua giovane età, Luca, come rimarcato dall’arcivescovo ordinario militare per l’Italia mons. Vincenzo Pelvi, "insegna a vivere per una ragione che è più potente della stessa vita, una passione per l’uomo, chiunque sia, e per la sua dignità".
Il punto di partenza. La cosa più dolorosa, "più difficile da accettare", per il caporal maggiore Barisonzi, è "non poter indossare la divisa, preparare lo zaino e andare in montagna con i colleghi o partire ancora per l’Afghanistan. Difficile stare lontano da loro". "Ho passato momenti difficili ma accettare questa condizione è stato il mio punto di partenza: io sono così, adesso cercherò di fare il meglio per poter vivere degnamente la mia vita e far sapere a tutti di essere fiero di essere italiano". Anche la fede ha giocato un ruolo in questo cammino: "Dopo quello che è successo mi era difficile credere ancora a Qualcuno che da lassù ci guarda. Oggi mi reputo veramente fortunato, se sono ancora qua è grazie a Dio". "Non rimpiango nulla delle mie scelte conclude – ho sempre fatto ciò in cui credevo. Oggi mi dedico ad incontrare i giovani e a raccontare loro la mia storia, grazie anche all’aiuto della mia ragazza, Sarah, che mi dà una spinta in più. Stiamo arredando la nuova casa". Lo ha scritto anche su Facebook, il 26 maggio scorso: "Questa sera riordinando casa ho dovuto riaprire il baule della missione… dentro vi ho ritrovato le uniformi, gli anfibi, l’orologio che indossavo e una valanga di ricordi che mi han travolto e ricoperto lasciandomi senza fiato…".