RISPOSTE ALLA CRISI
Unità d’intenti tra Stati, Ue e società europea
Non è vero, come si è sostenuto, che i bancomat presi d’assalto ad Atene e le elezioni di domenica 17 giugno nel Paese mediterraneo (qualunque ne sia l’esito), saranno l’emblema e la certificazione del fallimento europeo. La Grecia è una delle culle della civiltà continentale; è tra gli Stati che, per precedenti debolezze politiche e strutturali, ha subito più pesantemente la crisi originatasi negli Stati Uniti; è, al contempo, un originale e insostituibile pezzo del puzzle comunitario. Per queste ragioni pur valutate tutte le responsabilità degli ultimi governi e il costo del suo salvataggio finanziario la Grecia deve restare nell’eurozona e nella "casa comune" europea. E ciò che vale per la Grecia, vale per la Spagna, per Cipro, per l’Irlanda, per l’Italia e per ogni altro Stato.
L’Ue, e prima ancora la Comunità economica europea, non è stata concepita come una realtà politica a geografia variabile. O, meglio, lo è solo nel senso in cui essa tende, naturalmente e giuridicamente, a ingrandirsi, ad abbracciare tutte le nazioni del Vecchio Continente; non è fatta per perdere pezzi lungo la strada. Non è mai accaduto nella sua storia; l’acquis comunitario non è preparato ad affrontare "rescissioni del contratto". L’estensione progressiva dell’area di pace, democrazia, diritti e sviluppo economico che si è cercato di perseguire per sessant’anni corrisponde al Dna dell’Unione, ai suoi valori, alla sua missione, al suo futuro.
Di sicuro la tremenda crisi economica che il mondo ha sperimentato dal 2008 in avanti ha messo a dura prova il progetto dei "padri fondatori", ma non ne ha minato il senso. Si tratta, piuttosto, di trovare strade nuove per tenere insieme tedeschi e francesi, britannici e italiani, spagnoli, estoni, ciprioti e svedesi. Nella certezza che, diversamente, i costi sarebbero superiori. Sul piano economico, politico, sociale. E persino etico.
Così, i tentativi esperiti, talvolta fortunati, in altri casi meno, di rafforzare le risposte comuni alla "grande depressione", appaiono oggi come la sola via d’uscita da questo gigantesco impasse. Il "salvataggio" europeo richiede però molteplici protagonismi. Anzitutto quello dei leader e dei governi nazionali, che non possono chiudersi in maldestri tentativi di sbarrare i confini nazionali, come se fosse possibile arginare alle frontiere il contagio della recessione. Servono politiche concertate, regole condivise e strumenti concreti all’altezza della situazione. Qui entra in scena il secondo attore, l’Ue nel suo insieme: le sue istituzioni politiche (Consiglio, Commissione, Parlamento), la Banca centrale di Francoforte, la Banca europea degli investimenti, i fondi strutturali, i fondi salva-Stati, gli eurobond e i project bond, il "fiscal compact" e tutti gli altri mezzi studiati e solo in parte realizzati per rispondere agli assalti della speculazione e alle leggi non più meccanicistiche dell’economia.
Ma è necessario un terzo, fondamentale, protagonismo: quello della società europea nel suo complesso, che esiste magari inconsapevolmente , è una realtà costituita dai cittadini, dalle imprese, dalle scuole, dalle associazioni, dalle case e dalle chiese che fanno dell’Europa una "regione a statuto speciale", unita nella diversità, distinta dagli altri continenti, eppure ad essi in qualche modo interconnessa per via delle sfide globali che questo tempo impone a ogni angolo del pianeta.
Stati membri, istituzioni Ue, società (intesa in senso lato): le tre componenti dell’Europa presente finora si sono mosse ciascuna per la propria strada, guardandosi reciprocamente con diffidenza. I pessimi risultati sono davanti agli occhi. Per tale motivo hanno ragione coloro che indicano l’urgenza di una costruzione politica europea rafforzata e solidale, che vada ad affiancare l’unione economica e monetaria. Ogni tappa è importante: il voto greco e quello francese, i summit bi o trilaterali, i vertici a 27, la partecipazione non supina ai vari G8 o G20. La storia lo insegna: la "casa comune" si costruisce un mattone per volta; non è un lavoro lineare né scevro da errori o costi. Ma non ha realistiche alternative.