UE

La Merkel e gli altri

La cancelliera tedesca rilancia l’integrazione. Ma gli ostacoli non mancano

Fa lo slalom tra i paletti del “rigore” e della “crescita”, procede di slancio oltre l’ostacolo delle elezioni greche, e intravvede il traguardo dell’integrazione politica, presupposto per quella economica e di bilancio. Quando vuole, Angela Merkel sa ancora stupire. La “donna venuta dall’est”, la politica più influente d’Europa, decide, dopo troppe incertezze e in una fase davvero impervia per la costruzione della “casa comune”, di gettare il cuore oltre l’ostacolo, come aveva saputo fare il suo predecessore e maestro politico Helmut Kohl ai tempi della caduta del Muro di Berlino e della riunificazione tedesca. Con una differenza: a suo tempo era stato Kohl a guidare gli eventi, in questo caso la cancelliera si è lasciata convincere dalle pressioni dei mercati, dalle telefonate roventi del presidente americano Obama, dai ragionamenti ferrei e al contempo suadenti dei vari Barroso, Juncker, Draghi, Van Rompuy, Monti.
Così, mentre l’Europa si riunisce in Polonia e Ucraina e supera diffidenze e inimicizie in nome del pallone, Angela Merkel rilancia il credo dell’integrazione comunitaria: “Abbiamo bisogno di più Europa per salvare l’unione monetaria e il nostro stesso futuro. Occorre l’unione di bilancio, ma prima di tutto dobbiamo procedere verso l’unione politica, cedendo competenze e sovranità” all’Ue. Il vero sprint risiede proprio in questa convinzione: per avere più Europa politica, budgetaria, monetaria, fiscale – nel rispetto dei criteri di solidarietà e sussidiarietà e delle specificità nazionali in campo giuridico, sociale, culturale – sono necessarie ancora progressive e prudenti cessioni di sovranità alle istituzioni di Bruxelles e Strasburgo, ossia Europarlamento, Commissione e Consiglio. Le quali non sono chiamate ad agire – come ancora qualcuno crede – scavalcando gli interessi nazionali; esse sono semmai al servizio di un superiore bene comune europeo.
Certo la buona volontà e le enunciazioni non sono sufficienti. Se veramente la Merkel e gli altri leader vogliono portare l’Ue fuori dalla crisi devono ora sedersi a tavolino e studiare le tappe da compiere. In questi anni l’Unione non è stata ferma e si contano varie mosse nella giusta direzione: basterebbe citare il “fiscal compact”, il “semestre europeo”, il six-pack, il fondo salva-Stati (Efsf e Esm). Ma questo ancora non basta. Il concetto di “governance” politica ed economica condivisa, di cui si è fatto paladino il presidente della Commissione Barroso, va concretizzato e rafforzato, tenendo presente che ogni prossima tappa avverrà in un quadro complicato: la situazione greca, assieme a quelle spagnola e cipriota, sono solo le ultime urgenze da gestire in parallelo a un processo di ampio respiro che, in quanto tale, dovrà andare oltre le scelte emergenziali e congiunturali. E qui la storia dell’integrazione europea può insegnare tante cose…
Restano poi le incognite che derivano dalla reale volontà di tutti gli Stati membri di progredire nel senso di un rafforzamento dell’Europa. Alcuni Paesi si sono sottratti in passato, in toto o in parte, alle decisioni comuni: l’unione monetaria non ha l’assenso di Regno Unito e Danimarca (e al momento comprende solo 17 Stati), il “fiscal compact” non include Regno Unito e Repubblica ceca, da Schengen rifuggono altri Stati, così come clausole opt-out riguardano taluni aspetti del Trattato di Lisbona. È l’Europa a più velocità che probabilmente si ripresenterà nei prossimi mesi, quando i recenti convincimenti della Merkel dovranno essere pianificati per poi diventare realtà.