FEDE E MUSICA

La verità tra le note

Nel ”Cortile dei Gentili” un cardinale e un grande musicista

"La musica, come la fede, non descrive, non rappresenta: evoca. Ti costringe sempre ad andare oltre" ed è una scala "capace di unire la terra al cielo". Ne è convinto il card. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, intervenuto ieri sera, 4 giugno , con il maestro Riccardo Muti, nella basilica romana di Santa Maria in Ara Coeli all’incontro "In dialogo: fede e musica". L’evento conclude il ciclo di appuntamenti "Una porta verso l’infinito. L’uomo e l’Assoluto nell’arte", avviato nel dicembre 2011 dall’Ufficio comunicazioni sociali del vicariato di Roma con il dicastero vaticano, ed è stato realizzato in collaborazione con il "Cortile dei gentili" diretto dallo stesso card. Ravasi.

Un nuovo linguaggio. Di fronte al "grigiore" di tanta musica liturgica odierna, il porporato avverte: "All’interno delle nostre chiese" occorre "ritrovare quello straordinario intreccio tra il lumen (la rappresentazione, i segni) e il numen (il sacro, il mistero)" che, come sosteneva il filosofo Jean Guitton, costituiscono l’essenza della liturgia. Per questo, "oltre a rivivere la grande esperienza del passato, abbiamo bisogno di grandi musicisti contemporanei che ci consentano di vivere la liturgia con un nuovo linguaggio". Ma per il cardinale è essenziale la formazione: "La didattica dovrebbe ritornare all’interno dei seminari in modo che i preti non possano più accontentarsi di certe offerte", e "il desiderio di una musica chiara e facilmente comprensibile", non si traduca "nella scelta del banale". "A Dio – sostiene – non possiamo dare certe cose" e "la dimensione del sacro (numen) deve essere sempre custodita".

Forza creatrice. Sulla stessa linea Riccardo Muti: "La vera musica non ha bisogno di comprensione; è rapimento", e in essa si prova "la beatitudine dell’ascolto". Secondo il maestro, ciò che conta "non è la tecnica". Di qui, citando Mozart: "La musica più profonda è quella che giace tra le note. È lì che cerchiamo di trovare la verità". Per questo, di fronte a chi ritiene che la musica liturgica debba essere "semplice per essere comprensibile a tutti", Muti sostiene la "necessità di riportare nelle chiese le grandi composizioni sacre che sono tra i capisaldi della letteratura musicale", e di "recuperare un certo decoro nelle musiche da eseguire in chiesa". "Credo – afferma – che la musica abbia una grande capacità di elevare lo spirito di chi viene per pregare, ma anche di chi non crede". Più in generale, "tutto l’universo è pervaso di suoni che noi non possiamo comprendere né sentire, ma che ci attraversano e ci permettono di essere degli esseri creati per la musica". Di qui la convinzione di Muti "che noi non siamo fatti semplicemente di materia. Quando dirigo o quando faccio musica sento che c’è una forza non semplicemente fisica o chimica, ma creatrice".

Uomini in ricerca. Nel soffermarsi sulla figura di Verdi – ritenuto ateo da alcuni, credente da altri – ed in particolare sui finali del "Requiem", del "Don Carlos", de "La forza del destino" e del "Rigoletto", Muti osserva che "sono quelli di un musicista che guarda al cielo". Interrogandosi sul rapporto fede-musica, e con particolare riferimento al "Libera me Domine" del "Requiem", "come fanno – si chiede – certi direttori a dirsi atei? Se interpreti una musica e anche un testo ti ci devi calare dentro, e se ti ci cali qualche dubbio ti deve venire". "È possibile ‘sentire’ questa musica concepita nel senso del dolore e dell’aldilà, pensando che con la nostra morte tutto finisca?". Per il card. Ravasi "la finale del ‘Te Deum’ è emblematica per rappresentare una categoria, una qualità del credere" che "per sua natura ha forse come filo conduttore dominante la ricerca, la domanda che ininterrottamente sale dalla valle verso la vetta". Ma non si tratta di un’ascesa "pacata e serena" verso "cieli mitici e mistici", bensì di "un itinerario anche tormentato" di cui l’esempio "più alto" è Abramo "che sale verso il monte Moria". "La categoria dell’oscurità e del dubbio" è dunque "una componente del credere stesso". Per questo, avverte facendo riferimento al Cortile dei gentili, "quando si parla di credenti e non credenti" dobbiamo "riconoscere che qualche volta noi credenti, dato che non si tratta di posizioni acquisite e stabili come un teorema", ci troviamo "al di là di una frontiera mobile" e "sotto un cielo privo di divinità". "La posizione dell’uomo in ricerca, che è in autentico movimento, è un’oscillazione continua".

Esperanto celeste. Evocando la "grande sensibilità musicale" di teologi come Von Balthasar, "che per parlare dell’Apocalisse ricorre alla ‘Sinfonia del nuovo mondo’", o Barth, secondo il quale "il vero esperanto celeste sarà la musica", il porporato lancia un monito facendo propria un’affermazione di Cassiodoro: "Se noi continueremo a commettere ingiustizie, Dio ci lascerà senza la musica". A conclusione l’annuncio del prossimo appuntamento del "Cortile", il 26 giugno, all’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, "dove faremo dialogare ambasciatori credenti e non credenti" su un tema che per il card. Ravasi "è di sua natura un ossimoro: verità e diplomazia".