TERREMOTO IN EMILIA
A Finale Emilia il coordinamento della Caritas
Varcato l’ingresso, si sentono recitare le "Ave Maria" del rosario. Si oltrepassa un’altra porta e vi sono indumenti e generi alimentari che alcune donne stanno sistemando. Lavorano e pregano. Siamo a Finale Emilia, nei locali del seminario adibito da alcuni giorni a magazzino della Caritas finalese. Nel prato retrostante, all’aperto, è in corso una riunione tra i responsabili giunti da tutte le diocesi interessate dal terremoto, a fianco della tensostruttura innalzata la scorsa settimana e che ora è pressoché l’unico luogo di culto della "bassa" modenese.
Verso un coordinamento. "Ci stiamo avviando verso una forma di coordinamento delle diverse Caritas diocesane che possa essere di supporto all’impegno straordinario che in questo momento è richiesto", spiega al Sir il delegato regionale, Gianmarco Marzocchini, al termine della riunione, ricordando che "le diverse Caritas, a livello sia diocesano sia parrocchiale, avevano già prima del terremoto un’intensa attività quotidiana". "Il nostro ruolo è quello di essere a supporto delle Caritas locali", puntualizza Luca Manfredini, che a Finale rappresenta il Coordinamento regionale della Caritas e segue il magazzino allestito nella zona industriale. Oltre a far fronte all’emergenza più immediata, come dopo il sisma che colpì l’Abruzzo si diede vita ad alcuni progetti specifici, così sarà anche qui, "investendo su quanto è specifico della nostra identità, ovvero evidenzia il delegato regionale l’ascolto e l’assistenza alle persone più povere".
Servono tende. Per il momento, le tende rappresentano il bene più richiesto: una parrocchia ne ha chieste 40, altre 5 sono in partenza per il mirandolese e così via. "Con la scossa di martedì tutto il carpigiano è in stato di necessità", rimarca Manfredini, mentre Marzocchini evidenzia il dato psicologico che porta a "non accettare quello che è successo" mentre, al tempo stesso, è forte "l’attaccamento alla propria casa e a ciò che vi è dentro". La paura degli sciacalli è probabilmente superiore al reale rischio complici anche alcuni titoli allarmistici dei giornali ma di sicuro non allontanarsi troppo dall’abitazione dà l’impressione di poterla meglio controllare, anche quando è danneggiata o a rischio di crollo.
La chiesa sotto alla tenda. Nella chiesa in mezzo al prato sta per cominciare un funerale. "Qui facciamo la nostra pastorale ordinaria", spiega il vicario parrocchiale, don Roberto Montecchi: battesimi, matrimoni, funerali, oltre alla messa quotidiana. "Siamo la prima parrocchia della zona che si è attrezzata con una tensostruttura", evidenzia, convinto che non durerà poco questa chiesa "provvisoria". A Finale si contano circa 2.500 sfollati registrati in cinque campi d’accoglienza su 9 mila abitanti, ma "nessuno dorme in casa", precisa il sacerdote, che adesso "abita" nel furgone della parrocchia: chi ne ha la possibilità è andato via, mentre "nelle tende sono rimasti soprattutto anziani ed extracomunitari". Anche molti bambini e ragazzi sono partiti, ma "i campeggi estivi aggiunge per il momento li abbiamo confermati", come segno della volontà di proseguire e di restare coesi. Per strada, in ogni spiazzo verde al di fuori della "zona rossa" e lontano dagli edifici spuntano tende multicolori. "Non bastano le tendopoli della protezione civile", rimarca don Montecchi, "e soprattutto le persone, in particolare gli anziani, preferiscono restare vicini a casa, anche se magari non hanno il coraggio di entrarvi perché la paura delle scosse è divenuta una vera e propria psicosi".
La Bosnia nel cuore. "La terra continua a ribollire e nutriamo un certo timore, ma qui non abbiamo avuto morti, forse la carità che da anni abbiamo per la Bosnia ci è stata restituita", racconta al Sir Marina Grossi, che sta coordinando il lavoro nel magazzino della Caritas finalese, dal quale poi si vanno a rifornire "le famiglie che vivono nei campi d’accoglienza e tutte quelle che hanno bisogno". È dal 1991, infatti, che ogni mese da Finale Emilia parte un convoglio per la Bosnia-Erzegovina carico di aiuti: negli anni sono stati a Sarajevo, Mostar, Srebrenica, anche quando infuriava la guerra, e "il rosario era il carburante dei nostri furgoni", puntualizza Marina, ancora adesso con la corona del rosario tra le mani e la profonda convinzione che "la preghiera è fondamentale, ci salveremo solo così". Nel terremoto ha "perso di tutto, oggetti di valore affettivo oltre che materiale", e adesso vive ospite della sorella che ha la casa agibile nella periferia di Finale "tra il giardino e il piano terra". Marina confida nella provvidenza, come in Bosnia così per queste terre ora martoriate dal terremoto. E mentre parla ecco entrare una donna a offrire "lenzuola per bambino e giochi di società": vive a Zola Predosa, nella periferia di Bologna, ma ha i parenti a Finale Emilia. Venendo a trovarli, ha portato qualche aiuto, che la responsabile del magazzino accetta con un sorriso e ringraziando come si usa in Bosnia: "Dio ti pagherà". Per chi ha fede, la ricompensa sarà cento volte tanto.
a cura di Francesco Rossi, inviato Sir a Finale Emilia