RIFORMA LAVORO

L’invocazione rimane

Ben venga il cambiamento se aumenta l’occupazione

"Lavoro, lavoro, lavoro", ha recentemente invocato il cardinale Angelo Bagnasco. Un’invocazione che sale da ogni dove: senza un’occupazione, o anche la prospettiva di guadagnarsi il pane, è difficile parlare poi di tante altre cose. E questa lunga recessione sta appunto mietendo posti di lavoro ovunque. Si stima che siano 3,9 milioni gli italiani a cui sta traballando il posto, senza contare i milioni di disoccupati e sottoccupati.
Ben venga dunque qualsiasi cambiamento nel problematico mercato del lavoro italiano, anche se abbiamo già detto che nessuna legge ha il magico potere di farci uscire dalla recessione. Però la riforma del lavoro sfornata dal governo Monti e approvata dal Senato con voto di fiducia, ha almeno l’intenzione di provarci.
Lo diciamo subito: è una riforma all’italiana. Gestazione lunghissima e assai travagliata, conclusione zeppa di distinguo e di limitazioni. Nulla di trascendentale, nulla di radicale. A pensarci bene, è naturale così: un cambiamento radicale può essere solo frutto della politica, di una particolare visione della società che un governo tecnico non può avere. Speriamo solo che le arzigogolate norme contenute nella riforma non la depotenzino eccessivamente.
Si parte da un assunto: è l’apprendistato lo strumento principe dato ai giovani per entrare nel mondo del lavoro, con il paletto messo di fronte alle aziende con meno di 10 dipendenti (cioè la stragrande parte): massimo un apprendista ogni assunto. Questo per evitare casi di sfruttamento, aziende fatte di soli apprendisti giusto per pagare meno il personale.
Un giro di vite anche a quella flessibilità che in realtà nasconde troppi casi di sfruttamento: i contratti a tempo determinato (massimo 12 mesi, poi vanno specificati i motivi che portano alla prosecuzione del contratto a tempo: anche qui per evitare situazioni di sfruttamento); le partite Iva che nascondono solo un’esternalizzazione della prestazione; il salario base per i collaboratori a progetto, con la possibilità per gli stessi di godere – in via sperimentale – di una "liquidazione" fino a 6mila euro in caso di perdita di lavoro.
Per tutti gli altri assunti, arriva l’Aspi: l’assicurazione sociale per l’impiego che dal 2017 sostituirà l’indennità di mobilità e le varie indennità di disoccupazione esistenti. Mancano ancora le risorse, ma da qui ad allora ci sarà il tempo per reperirle. E si introduce il principio nordeuropeo secondo il quale si perde l’indennità di disoccupazione se si rifiuta un lavoro pagato il 20% in più di quanto si prendeva prima.
Dentro la riforma c’è anche qualche scivolata (vedi la sostanziale esclusione delle casalinghe dalla possibilità di essere pagate con voucher per lavori in campagna) e qualche norma intelligente (soprattutto per chi ha figli). Il vero timore – essendo noi in Italia e non in Norvegia – è che le nuove norme diventino (come le vecchie) dei paletti che abili sciatori impareranno ad aggirare con la nota fantasia tricolore. Proprio il loro essere molto contorte potrebbe favorire il consueto slalom.
La vera, immediata novità è il via libera ai licenziamenti individuali per motivi economici, anche in aziende con più di 15 dipendenti. Cioè: se manca il motivo, non ci sarà reintegro ma solo risarcimento economico. Previo esperimento della conciliazione obbligatoria (cosa inutile, solo un tentativo di aggirare la contrarietà di una Cgil che è rimasta comunque contraria a questa riforma). Ecco in estrema sintesi cosa ha partorito la montagna della riforma Fornero-Monti, che dovrà passare dall’approvazione della Camera (si parla del prossimo luglio) per diventare legge a tutti gli effetti. Se sarà previsto pure all’esame camerale il voto di fiducia, rimarrà tale e quale.
Non la derubrichiamo a topolino, ma in definitiva si tratta di un po’ di chiarezza sulle modalità di ingresso e permanenza dei più giovani nel mondo del lavoro; un po’ di flessibilità di più data alle imprese per modulare i propri organici aziendali. Una "regolata" alle regole, che lascerà il tempo che trova se mancherà la benzina dello sviluppo: nuovi prodotti, nuovi servizi, più ordini da soddisfare. Una parte delle imprese italiane è da tempo su questa sintonia d’onda, ma c’è anche chi – non pochi – il fatturato in questi anni lo ha fatto soprattutto con il contenimento dei costi. Bella frase che spesso nasconde sfruttamento del lavoro e dei lavoratori (soprattutto giovani e immigrati), frutto avvelenato di quel bisogno disperato di occupazione che ha trovato eco nelle parole del card. Bagnasco.