RAPPORTO ISTAT

Le due Italie

I dati confermano la situazione difficile

Stiamo diventando vecchi, e questo – alla lunga – rischia di farci diventare poveri. Ultimo in ordine di tempo (ma le analisi economiche in materia si sprecano, sono solo quelle politiche a latitare quasi completamente) è l’allerta contenuta dal Rapporto Istat sulle previsioni congiunturali italiane. Numeri che da una parte certificano la fortissima crisi economica italiana (siamo in recessione, il 2013 sarà appena appena migliore ma la Francia crescerà il triplo di noi, la Germania il quadruplo), dall’altra raccontano un Paese in difesa del benessere acquisito, e in forte difficoltà nel farlo.
Il problema numero uno è il problema numero zero nei dibattiti politici e nei provvedimenti adottati: l’Italia è una nazione i cui abitanti fortunatamente vivono più a lungo, ma non fanno figli. Non ci vuole un premio Nobel per capire che ci saranno – nel prossimo futuro – pochi giovani a mantenere molti vecchi. Quindi non ce la faranno, con tutta evidenza. L’allontanamento dell’età pensionabile e il dimagrimento degli assegni pensionistici sono provvedimenti già adottati ora, secondo la logica del stringere la cinghia.
Poveri giovani. Non trovano lavori stabili, sono obbligati a stare in casa con i genitori fino ai trent’anni e oltre, non riescono a farsi una famiglia – figuriamoci far figli: al massimo uno –; le famiglie, poi, si scollano con una facilità crescente nel tempo. Al di là delle considerazioni etiche sulla questione divorzi e separazioni, ce n’è una economica stringente che l’Istat certifica: chi si divide, in genere s’impoverisce.
L’istituto di ricerca ammette poi che l’ascensore sociale (la capacità cioè di una persona di "salire" nella scala sociale ed economica) è rotto e nessuno sa come ripararlo. Le ricette classiche, che l’Istat rimarca un po’ ottusamente, sono forse quelle che hanno paralizzato l’ascensore: una maggiore scolarità basata però tutta sulla quantità (più diplomati, più laureati) che sulla qualità (che tipo di titolo di studio conseguito, in quanto tempo) ha creato schiere di giovani meglio titolati e molto disoccupati.
La paradossale prova? Nel Nord industriale, un giovane artigiano guadagna a vent’anni quel che il laureato si sogna a trenta. Artigiano maschio. Perché le donne hanno innalzato tutti gli indici di scolarità di questo Paese, e contemporaneamente ingrassato gli indici di disoccupazione e sottoccupazione. Segno evidente di percorsi di studi senza sbocchi lavorativi. Un altro paio di considerazioni meritano attenzione, nostra e della classe politica alla quale questi rapporti sono alla fine indirizzati: i poveri stanno al Sud. Due su tre, in Italia. E una famiglia su quattro, nel Mezzogiorno, fatica a tenersi in carreggiata.
Le due Italie non potrebbero meglio essere descritte. Così come le due Italie che contribuiscono alle spese pubbliche tramite le tasse: l’Italia che le paga tutte, e sono certamente troppe; l’Italia che non le paga affatto, gravando sulle spalle della prima. Risultato: ogni italiano, da quattro anni a questa parte, ha perso oltre 400 euro all’anno di potere d’acquisto. Ecco perché ultimamente sembra che non ci bastino mai.
Dice l’Istat che così non si può andare avanti, ma quello potevamo dirlo pure noi; ribadisce l’Istat che è meglio, molto meglio che la situazione economica migliori (non è drammatica solo perché sta tenendo bene l’export). Altrimenti la situazione sociale, da complicata qual è oggi, diventerebbe grigia tendenza antracite.