OSTAGGI NEL SINAI
Appello dell’ong israeliana Phr alla comunità internazionale e alle religioni
"Se in questo inferno fossero coinvolti cittadini occidentali tutto il mondo ne parlerebbe. Purtroppo riguarda i migranti eritrei e non interessa nessuno". Un appello all’Europa, alla comunità internazionale e ai rappresentanti delle religioni e della società civile perché agiscano per salvare migliaia di migranti e richiedenti asilo eritrei e sudanesi sequestrati, torturati e uccisi da bande di predoni e beduini nel deserto del Sinai, tra Israele ed Egitto, allo scopo di chiedere riscatti altissimi alle famiglie. Lo ha lanciato a Cagliari nell’ambito dell’incontro delle Caritas del Mediterraneo – Ran Cohen, direttore esecutivo di Physicians for human rights (Phr), una ong israeliana con sede a Tel Aviv, che riunisce un centinaio di medici e altri volontari ebrei, musulmani e cristiani impegnati, tra l’altro, nell’assistenza ai profughi eritrei in fuga dal deserto degli orrori. Anche i vescovi cattolici di Terra Santa hanno denunciato, il 20 marzo, il dramma del Sinai. Attualmente pare siano circa 2 mila le persone in ostaggio. Alcune sono riuscite a pagare il riscatto (dai 20.000 ai 40.000 euro) e hanno raggiunto con grosse difficoltà Israele. Molti non ce l’hanno fatta. Si stima siano morte 3 mila persone e 12 mila abbiano pagato. Le donne vengono sistematicamente violentate, e spesso arrivano incinte alla clinica di Phr a Jaffa, che visita ogni mese 750 persone. Lì una religiosa comboniana eritrea, suor Azezet Kidane, ascolta e raccoglie migliaia di drammatiche testimonianze dei rapiti, storie raccapriccianti di percosse, torture e sevizie di ogni tipo. Si parla anche di traffico di organi verso l’Egitto. Chi riesce a liberarsi, se non viene ucciso dalla polizia alla frontiera, trova riparo a Tel Aviv, dove vive una comunità di oltre 40 mila profughi eritrei in condizioni precarie, senza possibilità di lavorare ed integrarsi. Nel frattempo Israele ha varato una legge contro l’immigrazione illegale che renderà più dura la vita dei profughi e sta costruendo una barriera lunga 240 km tra Egitto ed Israele, la cui ultimazione si prevede la metà dell’anno prossimo. Alla frontiera, a Saharonim, è in costruzione anche il centro di detenzione per migranti più grande del mondo, con 12.000 posti. Lo ha raccontato Cohen al Sir:
Cosa sta emergendo di nuovo nel vostro lavoro con i profughi eritrei?
"Negli ultimi due anni abbiamo avuto un aumento del 300% di pazienti con problemi ortopedici e ginecologici. Il 45% delle vittime sono donne. Oltre 600 hanno subito abusi sessuali. Almeno 180 sono arrivate incinte ed hanno raccontato storie terribili di stupri e violenze. Il 59% ha descritto percosse, scosse elettriche, marchi a fuoco. Vengono tenuti imprigionati in container metallici e incatenati per settimane. Alcuni hanno raccontato di essere stati sepolti nella sabbia rovente per giorni, senza acqua e cibo, per costringerli a chiamare i parenti in Europa e pagare il riscatto. Molti rimangono fino a 200 giorni in queste condizioni. Le persone che non pagano vengono semplicemente uccise. A volte per vendere organi, i reni o il fegato. Il 39% dei pazienti raccontano di essere stati testimoni di torture, l’11% ha segni evidenti di cicatrici e ferite, il 72% dice di non aver ricevuto cibo per giorni e il 63% di essere stato privato dell’acqua. I trafficanti rivendono gli ostaggi ad altre bande anche quattro volte. Negli ultimi tempi le cifre del riscatto sono diventate più alte, fino a 40 mila euro".
Cosa sta facendo il governo israeliano per affrontare questo problema?
"Con la scusa che deve fermare il traffico di armi verso Gaza sta costruendo una barriera alla frontiera con l’Egitto, che sarà lunga 240 km. Finora sono stati completati 100 km. Ma non servirà, perché le persone che fuggono dalla dittatura in Eritrea o dal conflitto in Sudan cercheranno altre rotte, magari passando dal Mar Rosso. Poi sta costruendo il più grosso centro di detenzione del mondo per chi entrerà illegalmente in Israele. Con la nuova legge approvata a gennaio potranno essere puniti fino a tre anni di detenzione. È una vera e propria criminalizzazione dei profughi".
In che condizioni vivono i profughi eritrei che riescono a varcare la frontiera?
"In condizioni pessime. Sono tutti traumatizzati, con problemi mentali, non hanno accesso alla sanità e alla riabilitazione. Per il governo non sono rifugiati, nonostante abbiano il riconoscimento dello status da parte dell’Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati). Non possono lavorare, non possono andare altrove, né in Libano, né in Giordania. Senza contare che l’opinione pubblica israeliana, negli ultimi tempi, è diventata molto ostile nei loro confronti. Due settimane fa a Tel Aviv hanno tirato due molotov, una loro casa è stata incendiata. È una via senza uscita".
Ci sono stati dei passi in avanti per smantellare questo crimine? Cosa servirebbe?
"La polizia indaga con molta lentezza. La settimana scorsa, in seguito ad inchieste giornalistiche, è stato arrestato a Tel Aviv uno di questi trafficanti, un beduino, trovato in possesso di foto e altre prove che potrebbero far risalire alla rete, che ha sicuramente appoggi a livello internazionale. Altrimenti non si spiegherebbe come arrivano dall’estero i soldi dei riscatti. Siamo anche in attesa di una risposta, a metà giugno, da parte del Dipartimento di Stato americano, che ha iniziato ad interessarsi. Anche alcuni funzionari europei cominciano a farsi vivi, ma stanno tutti aspettando i risultati delle elezioni di giugno in Egitto. Servirebbe una missione di osservazione nel Sinai da parte dell’Ue e della comunità internazionale, per verificare come stanno le cose. È anche necessaria una grande alleanza tra religioni e società civile. È giusto che le autorità musulmane si muovano, perché i beduini potrebbero ascoltarli".