EGITTO

Alle urne con ansia

Il 23 e 24 maggio il Paese sceglie il suo nuovo Presidente

Il 23 e 24 maggio si svolgerà il primo turno delle presidenziali egiziane. Tredici i candidati che aspirano ad essere il successore del deposto Hosni Mubarak, tra loro spiccano Amr Moussa e Abdel Moneim Abulfutuh, ritenuti dagli esperti i più accreditati a scontrarsi, a metà giugno, nel ballottaggio da cui uscirà il nuovo presidente. Moussa, ex segretario generale della Lega Araba e già ministro degli Affari Esteri sotto il regime di Mubarak, è appoggiato principalmente dai movimenti liberali e laici che hanno animato la rivoluzione dei Gelsomini. Abulfutuh, invece, esponente dell’ala più pragmatica della Fratellanza musulmana, dalla quale è stato espulso lo scorso anno perché piuttosto moderato, potrebbe contare sui voti degli integralisti salafiti di Al Nour, che vale il 25% dell’elettorato, e del partito islamico moderato Wasat, oltre che su quello di molti giovani che fanno dell’Islam non fanatico un elemento identitario. A questi voti potrebbero aggiungersi anche quelli di gruppi salafiti minori che farebbero così pagare alla Fratellanza musulmana, uscita vittoriosa dal voto parlamentare, la chiusura nei loro confronti per la creazione del prossimo governo nazionale. Tra i due potrebbe spuntare a sorpresa, ma non troppo visti i sondaggi, anche per il presunto appoggio che riceverebbe dalla Giunta Militare guidata da Hussein Tantawi, l’ex primo ministro di Mubarak, Ahmad Shafik. Lontano nei sondaggi appare il rappresentante ufficiale di Giustizia e Libertà, espressione della Fratellanza Musulmana, Mohamed Morsi. Una candidatura controversa quella dei Fratelli Musulmani che si erano impegnati con la Giunta militare, in caso di vittoria alle elezioni per il Parlamento, a non concorrere per le presidenziali per evitare di controllare dopo le Camere anche la Presidenza. Un accordo chiaramente disatteso. Secondo il centro studi Al Ahram, Moussa avrebbe il 40,8% dei voti. Lo seguono, quasi appaiati, Shafik (19,9%) e Abulfutuh (17,8%), staccato, invece, Morsi (9,4%). Daniele Rocchi, per il Sir, ha intervistato Riccardo Redaelli, docente di geopolitica all’Università cattolica di Milano.

Quale valenza assume per l’Egitto attuale questo voto per il nuovo presidente, dopo 30 anni di regime di Mubarak?
"Il voto riveste una grande importanza soprattutto perché l’Egitto è, se non ci saranno cambi costituzionali come ipotizzati da qualcuno, una repubblica presidenziale in cui il presidente conta molto di più rispetto al Parlamento. Considerando, poi, che il Paese arriva a queste elezioni con una maggioranza parlamentare islamica, l’importanza di questo voto risiede anche sull’impatto che avrà sulla nuova Costituzione da scrivere".

Non è paradossale che integralisti come i salafiti di Al Nour appoggino il moderato Abulfutuh?
"C’è un tatticismo tra le parti in campo: Al Nour appoggia Abulfutuh per danneggiare la Fratellanza Musulmana. Da parte sua Amr Moussa sta cercando di sollecitare tutte le paure per una deriva integralista anche nella Presidenza, e quindi il pericolo dell’applicazione della Sharia. Così facendo intende intercettare il voto liberale, non islamista ed anche di sinistra che pure lo considera un ‘vecchio arnese’ di regime".

Che peso avranno le Forze armate in questa tornata elettorale?
"Certamente la Giunta militare non ha gradito la rottura dell’accordo con i Fratelli Musulmani. I militari sono preoccupati, anche essi, per una deriva islamista che metterebbe a rischio gli accordi internazionali dai quali ottengono soldi e privilegi. La Giunta non vuole essere soggetta al governo civile e non vuole perdere le sue prerogative di potere, per questo si muove per evitare una saldatura islamista tra Presidenza e Parlamento. Se riuscirà in questo intento è da vedere, il suo margine di influenza politica si è ridotto: può usare la carta della minaccia, quella di screditare i candidati, ma più di tanto non potrà fare".

In questo quadro politico la componente cristiana a chi darà il proprio voto?
"Credo che i cristiani non guardino con favore a nessuno dei candidati alla carica di presidente. Semmai potrebbero essere meno preoccupati da un’affermazione di Moussa. Infatti se Abulfutuh venisse eletto grazie al sostegno determinante salafita, sarebbe un presidente sotto scacco dell’ala più integralista dell’Islam. Per i copti, e non solo, sarebbe una tragedia. L’agenda salafita è terribilmente settaria. Nonostante le rassicurazioni formali sul fatto che i cristiani possono restare, è evidente che un candidato anche di espressione salafita ridurrebbe ulteriormente gli spazi alla minoranza copta. Il fatto poi che Abulfutuh non abbia dietro un partito forte e strutturato lo renderebbe ancor più ricattabile dai suoi grandi elettori".

Dopo 30 anni di regime di Mubarak, gli egiziani potranno finalmente votare il loro presidente. Al di là dell’esito che avrà, crede che questo voto possa essere il segno che la società egiziana sta davvero cambiando e che la Rivoluzione dei Gelsomini sta dando i suoi primi frutti?
"Che si vada a votare è una cosa certamente positiva. Non so se questo fatto rappresenti un cambiamento strutturale. Ciò che temo è un cambiamento male gestito che porti al potere una democrazia ‘profondamente illiberale’ con un’agenda settaria, schiacciata sulla sharia, che metta da parte le aspirazione dei liberali, la libertà religiosa, i diritti sociali. Se andrà così la Primavera araba avrà portato solo un nuovo sistema illiberale mascherato da democrazia".