SCIENZA E VITA
Mons. Domenico Pompili (Cei) sulla responsabilità del comunicare
"La tecnica alimenta un immaginario dell’illimite", che considera "l’uomo come un mezzo, per raggiungere obiettivi che prescindono dal suo bene o addirittura lo contrastano". È ciò che avviene "quando la scienza prescinde dalla persona e realizza i suoi scopi senza tenere conto del ritorno delle sue scoperte sull’uomo". A lanciare l’allarme è stato mons. Domenico Pompili, sottosegretario Cei e direttore dell’Ufficio nazionale comunicazioni sociali, nella "lectio magistralis" tenuta oggi al IX Convegno nazionale e XI Incontro delle Associazioni locali dell’associazione Scienza & Vita, in corso a Roma sul tema: "Comunicare scienza. Comunicare vita". "Il potere della scienza ha esordito mons. Pompili è uno dei temi più presenti nel dibattito culturale contemporaneo, e costituisce, in un mondo secolarizzato, ormai una delle poche certezze universalmente condivise. La comunicazione, d’altra parte, non è semplicemente uno dei tanti ambiti della nostra vita quotidiana, ma costituisce ormai il nostro ambiente esistenziale. La scienza e la vita non possono quindi prescindere in alcun modo dalla comunicazione". Il recente incidente all’impianto di azoto liquido dell’ospedale S. Filippo Neri di Roma, ha proseguito il direttore dell’Ucs, è "in qualche modo uno spartiacque nella percezione del lato disumano della scienza applicata alla vita senza altri ordini di considerazioni, che ha portato a una presa di coscienza nuova e a una più chiara consapevolezza in ampi strati dell’opinione pubblica".
Mettere in comunicazione la scienza con la vita. "Un approccio alla natura e conseguentemente all’uomo basato sul possesso e il dominio ha ammonito mons. Pompili svilisce l’uomo e la natura", perché la vita "non può essere omologata alla scienza". Di qui la necessità di "mettere in comunicazione la scienza con la vita, perché solo in questa sintesi umanistica e antropologica la scienza non prende la tangente autoreferenziale che la trasforma in un boomerang distruttivo dell’ambiente e dell’uomo". "Oggi sembra molto più semplice comunicare la scienza che comunicare la vita", è l’analisi del relatore: "I successi della scienza, infatti, sono sempre notiziabili", in un mondo dove "le informazioni sono trattate al pari di una merce ed è più facile piazzare le notizie negative, che riescono ad essere meglio vendute". Basti pensare ai "casi" mediatici "sui quali l’attenzione dell’opinione pubblica viene convogliata periodicamente", e rispetto ai quali "il pubblico è sollecitato a schierarsi, più che a interrogarsi".
In dialogo con i nuovi linguaggi. "Far dialogare" la scienza e la vita, attraverso "una comunicazione più capace di parlare il linguaggio della vita, che raggiunga le persone là dove sono e sappia interpellarle a partire dalla loro esperienza concreta, come ha fatto Gesù col linguaggio delle parabole". Questa, in sintesi, la proposta di mons. Pompili, in un mondo in cui "è diventato chiaro che scienza, tecnica e vita non vanno necessariamente a braccetto, e che la scienza può produrre effetti di devastazione che vanno ben oltre le capacità di previsione dell’essere umano", e dove il rischio come dimostra l’attuale dibattito sul "post umano" è che si arrivi ad un "mondo senza uomo". A questo proposito, mons. Pompili ha esortato i cattolici a divenire più consapevoli delle potenzialità insite nei cosiddetti "new media", chiedendosi se le difficoltà che la Chiesa e i cristiani incontrano nel diffondere il loro messaggio di rispetto per la vita, non sia causata in parte dalle nostre resistenze". "Il nostro messaggio ha osservato il relatore è spesso osteggiato da una serie di chiusure ideologiche e pregiudizi sulla Chiesa, pre-comprensioni viziate da stereotipi e semplificazioni; ma anche, da parte nostra, depotenziato dalla fretta, dalla distrazione e dalla mancanza di vero ascolto dei bisogni, delle inquietudini, dei desideri di chi ci sta davanti".
Prossimità e plausibilità. Riferendosi in particolare all’attività svolta da Scienza & Vita, il sottosegretario della Cei ha lodato l’impegno nello svolgere "un’azione culturale puntiforme e giocata sulla prossimità, sul mettersi in relazione e sulla plausibilità delle ragioni della vita non contrapposte alla scienza". Un impegno, questo, da svolgere "con rinnovato vigore e ancor più fantasia comunicativa", senza pensare che "sia sufficiente dire cose vere, e che questo basterà a persuadere le persone e a orientarne la prassi". "Indispensabile a una comunicazione efficace da parte della Chiesa è, oggi più che mai ha concluso mons. Pompili – la riuscita di quest’opera di sintonizzazione, cioè la capacità che dobbiamo sempre più acquisire di parlare in un modo comprensibile e immediato, che sappia usare tutti i linguaggi, tecnici ma anche poetici; che sappia parlare anche ai cuori e non sia indirizzato solo alle intelligenze; che sappia portare una voce diversa in un dibattito spesso monocorde e appiattito su nuove ortodossie".
Una notizia diversa
Giornalisti a confronto su informazione e bioetica
In materia di bioetica, "scienza e vita non devono contrapporsi, ma devono dialogare tra di loro". Ne è convinto Lucio Romano, copresidente di "Scienza & Vita", che introducendo ieri pomeriggio la tavola rotonda del IX Convegno nazionale e XI Incontro delle associazioni locali, in corso a Roma sul tema "Comunicare scienza, comunicare vita", ha sottolineato che quella sulla bioetica deve essere "una comunicazione rigorosa per argomentazione, obiettiva e plurale: vale a dire non schierata e che non vada a privilegiare alcuni aspetti a scapito di altri, certamente non meno importanti". Ma cosa avviene, in concreto, nelle redazioni, e quali dovrebbero essere i requisiti di un "buon comunicatore" in bioetica? A confrontarsi sulle loro esperienze, durante la tavola rotonda moderata da Monica Mondo, di Tv2000, sono stati alcuni esponenti del giornalismo scientifico, televisivo e della carta stampata.
L’etica del limite. "Per il giornalista che si occupa di bioetica, è necessario riscoprire la forza del pensiero, rispetto al potere della scienza: due cose che non dovrebbero essere necessariamente in contraddizione, soprattutto quando c’è il rischio che si affermi un pensiero dominante". Lo ha detto Piero Damosso, del Tg1, secondo il quale "affrontare il rapporto tra scienza e vita, dal punto di vista della comunicazione, significa avere immediatamente di fronte la questione del pluralismo dei diversi punti di vista". In Italia, ad esempio, a partire dal referendum sulla fecondazione assistita del 2005 "è nato uno scontro politico su temi eticamente sensibili proprio perché su questi temi ci sono punti di vista pre-politici, che poi hanno condizionato il dibattito, visto che si è dovuto legiferare su temi su cui non c’era una normativa". La notizia di bioetica, inoltre, "non è solo un avvenimento da raccontare", ma una notizia che "va molto al di là del dato empirico in senso stretto, perché riguarda la condizione umana". Tutto ciò, per Damosso, costringe il giornalista a "specializzarsi su settori della vita di fronte a cui non possiamo essere indifferenti", riscoprendo "un’etica del limite che ci fa riconoscere il principio della vita come dono all’interno degli stessi criteri di notiziabilità dominanti, relativi al progresso scientifico".
Pregiudizi e ascolto. "Quando ci occupiamo di bioetica, ci troviamo di fronte a un muro di pregiudizi che portano spesso a deformare completamente il significato di ciò che andiamo a raccontare". A testimoniarlo è stato Arnaldo D’Amico, de "La Repubblica", evidenziando come nell’informazione legata ai temi della vita "il grande problema è la comprensione del pubblico", spesso tratto in inganno da un giornalista che non abbia chiara "la distinzione tra scienza e tecnologia". Per fare comunicazione in bioetica, ha suggerito Ignazio Ingrao, di Panorama, "bisogna ragionare sulla capacità di ascolto rispetto alle singole storie che abbiamo di fronte". In bioetica, per Ingrao, "non c’è distinzione tra laici e cattolici, ognuno ha un suo percorso: la foga della battaglia, da una parte e dall’altra, può farci smarrire il volto della persona che soffre, che è unico e irripetibile".
Il giusto grado. "Dare il giusto grado di certezza a ogni cosa che comunichiamo". È la ricetta di Armando Massarenti, de "Il Sole 24 Ore", per il buon giornalista di bioetica. Il punto di partenza è la definizione di "persona colta", che per Aristotele è quella che "sa attribuire un giusto grado di certezza ai diversi ambiti del sapere". In bioetica e in genere nella divulgazione scientifica e culturale, per Massarenti, "bisogna trasmettere un’idea di scienza e di sapere che è un sapere complesso", e soprattutto "promuovere un’idea di scienza che eviti la confusione con la tecnica. La scienza ci dice che nessuno ha la verità in tasca: è un sapere critico che è capace di auto correggersi continuamente".
Guardare in faccia l’uomo. "L’informazione in bioetica deve guardare in faccia chi è l’uomo. Se prescindiamo dal dato reale, dicendo che i punti di vista sono tutti equivalenti, creiamo una confusione, per cui la gente crede che sia vero solo ciò che dice la scienza". Da Francesco Ognibene, di Avvenire, è venuto un invito a "liberarci da una serie di scorie" che, in Italia, condizionano le notizie di bioetica "in senso politico", per cui "non si riesce mai a prescindere dal gioco su chi vince e chi perde, chi è moderno e chi no, chi è oscurantista e chi è progressista", e "si procede a tappe forzate nello scardinare un po’ per volta la concezione che la vita è quella che abbiamo davanti". E quello che abbiamo davanti, in Italia, "è che la famiglia tiene, che la vita è un valore che va difeso, che le relazioni stabili come quelle fondate sul matrimonio sono quelle che tengono insieme il Paese". Di qui la necessità, ha concluso Ognibene, di "farsi un esame di coscienza, riguardo all’informazione sui temi bioetici, in un panorama informativo che soprattutto in Rete tende alla semplificazione, alla banalizzazione e all’appiattimento. Altrimenti, chi è sacrificato è la realtà, cioè l’uomo".