FINE DEL MONDO

Il nostro sguardo

Siamo, da qualche tempo, bersagliati dalla profezia della fine del mondo: quali risposte diamo come cristiani?

Grande e affascinante civiltà quella Maya, con una ricerca del senso della vita e del significato della persona umana che apre orizzonti e li fa protendere più in là della sola ricerca del benessere e della comodità immediata.
Grande e affascinante civiltà quella ebraico-ellenica-cristiana, quella rivelata da Dio Padre e resa salvezza universale con la venuta del Figlio in carne umana che orienta la nostra vita all’amore disinteressato, gratuito, e non sfugge la realtà ma vuole renderla sempre migliore e condivisa.
Quale la buccia di banana su cui scivolano? Entrambe, sia ben inteso.
Quando si autoinvestono di un carisma pseudo-profetico che assume tinte apocalittiche e devastanti come il "ciclo del lungo computo" con tempeste magnetiche, uragani, eruzioni vulcaniche o svendono Nostradamus (con ben quattro date… sic sic), le piramidi di Giza: tutto un complesso che puzza di business vantaggioso.
Qualche, innegabile, dato storico documentato che profetizzava la fine del mondo:
Bernardo di Turingia: anno 992.
Mille e non più mille: anno 999.
Gioacchino da Fiore: anno 1260.
Raoul Glaber: anno 1333.
Sabbati Zevi: anno 1648.
Non può bastare? Eppure siamo ancora qui, dobbiamo allora buttare le carte e giocare ai tarocchi?
Queste dimensioni non ci appartengono, almeno ai cristiani che tali non solo si dicono ma tali vogliono essere, senza bunker sotterranei per conservare i semi degli ortaggi, senza programmare i kit di sopravvivenza o i rifugi blindati Hi-Tech.
Anche perché se fine sarà, fine sarebbe del tutto e per tutti, senza remissione.
Il nostro Creatore, quando vuole che l’umanità sia raggiunta da un messaggio, da un richiamo, dona la Sua Luce ma questa passa per il vaglio della Chiesa che sa e vuole essere Madre.
Alcuni e alcune esaltate suppongono di saperne perfino di più del Figlio che, dinanzi al Padre, rispetta con adorante silenzio i suoi piani e momenti futuri.
È ben strano che ci si preoccupi più del futuro che del presente, si può azzardarne una diagnosi?
Il futuro si può colmare di aspettative, funeste o rosee, vendendo, con ampi sconti, parole su parole, tanto si può sempre affermare… in futuro…
Il presente richiede fatti, concretezze, cessioni di sé, aiuti disinteressati che non sono vuote espressioni ma realtà che modificano: il dolore condiviso si porta con più leggerezza, la fame soccorsa conduce a tranquillità, l’indigenza attenuata consente di non patire la precarietà somma.
Siamo, da qualche tempo, bersagliati dalla profezia della fine del mondo, preoccupati, ansiosi? Molto creduloni direi.
Sembra essere un meccanismo diversivo, per distogliere l’attenzione da quanto il ciclo liturgico ci fa rivivere ogni anno, non come generiche festività da Babbi Natali e "Auguri di Stagione", ma come il momento in cui se esiste una fine, ci viene proposto il principio, l’inizio.
Con la Parola di Dio Incarnata in Gesù Cristo, il Padre ci ha detto tutto e solo in Lui va ricercato ogni senso, ogni significato.
Egli è il Principio della salvezza. Se siamo certi di questa sicurezza dettata dalla fede, cioè da quella postura profonda della persona che ha afferrato la Mano che il Padre porge e da cui si lascia condurre, per noi la fine non suscita problema o angoscia.
Il card. Martini ci ha insegnato come morire sia il supremo gesto di abbandono fiducioso in Colui che ci ha creati e amati.
Il nostro sguardo e il nostro agire, di conseguenza, non fremono per vane aspettative o per richiami fallaci, poggiano su di un incontro fra Dio e la sua creatura peccatrice, cui viene donata la possibilità di assumere in se stessa l’adesione a Lui.
Non la inventiamo noi, non abbiamo piani e neppure visioni straordinarie, abbiamo solo un piccolo bambino in cui la fede di Colei che lo ha generato, di Giuseppe che lo ha allevato e di tutti coloro che, stupiti, lo hanno seguito nel suo peregrinare nel mondo, indicano il Crocifisso Risorto.
È Questi l’inizio, il principio e, quando fine ci sarà, perché ci sarà, sarà in Lui e non nelle tempeste solari, nell’inversione dei poli.
Non siamo pseudo-profeti di sventura, siamo annunciatori di un compimento, quel grido che ha attraversato i secoli "Marana-Tha", Vieni Signore, con la nascita nella storia del Figlio di Dio, ci colloca nel nostro autentico principio, nell’Emmanuele, Dio con noi.