COLOMBIA

Per riscrivere la storia

All’Avana ripresi i colloqui di pace tra governo e Farc

"C’è una pena e c’è il perdono. Nella riconciliazione si dà alla persona uno spazio per reintegrarsi nella vita civile affinché la vittima e chi ha commesso violenza possano riscrivere la loro storia. Per non vivere ancorati al passato alimentando vendetta, odio, rancore e per darsi a vicenda l’opportunità di costruire un futuro di speranza. Bisogna stabilire la verità sui fatti e avere giustizia sui crimini commessi". A parlare a Karina Alarcon Kreuzer per il Sir è padre Ignacio Rodríguez, consigliere del preposto generale dei gesuiti per l’America latina, riguardo alla ripresa dei dialoghi, a Cuba, tra il governo colombiano e le milizie ribelli delle Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia), dopo un conflitto che dura da quasi cinquant’anni e ha causato la morte di circa 600 mila persone.

Cosa pensa del dialogo tra governo colombiano e Farc? Darà frutti?
"É un dialogo diretto, senza mediatori, una novità interna unica, che offre una eccellente speranza sulla fine del conflitto armato. Dialogo però non significa avere già la pace. Occorrono anni per avere una pace sostenibile e giusta, capace di generare una cultura di pace e riconciliazione".

Quale risultati reali prevede dalle negoziazioni, riprese nei giorni scorsi all’Avana?
"C’è una volontà rinnovata da entrambi le parti, c’è una fiducia reciproca, diversamente dalla storica volontà di annientarsi l’un altro per anni, coinvolgendo la società civile, per sbaglio o per sospetto di collaborazione col nemico. Del tutto inedito è che due grandi attori del conflitto, cinque rappresentanti del governo e cinque delle Farc, siano seduti ad uno stesso tavolo per un dialogo breve, decisi a non alzarsi senza accordi concreti in mano".

È vero che l’esercito governativo ha violato la tregua?
"No. Il patto iniziale stabiliva che il dialogo non avrebbe sospeso l’azione armata. Il governo non può rischiare di avere contro tutti i numerosi settori che hanno sostenuto il precedente governo di Uribe e non può abbassare l’attenzione sull’attività militare. Certi settori sono convinti che la guerriglia usa i dialoghi per uscire dalla pressione militare. La guerriglia, come gesto di buona volontà, ha annunciato una tregua, dal 20 novembre fino al 20 gennaio, in cui non rinuncia però al diritto di legittima difesa".

Una delle possibilità è dare un ruolo politico alle Farc. Una strada praticabile?
"Il dialogo punta su cinque temi: lo sviluppo rurale, la partecipazione politica, la consegna delle arme e la smobilitazione, il narcotraffico, il risarcimento delle vittime. Bisogna capire come strutturarle, in modo che le Farc si sentano in grado di collegare le loro idee al processo politico, economico e sociale statale, per integrarsi nella dinamica sociale della democrazia".

Qual è la differenza tra pace e riconciliazione?
"La consegna delle armi dopo un accordo per finire la guerra permetterebbe di occuparsi delle sue cause oggettive, come l’ingiustizia, l’esclusione, la povertà… Però ci sono anche cause soggettive da curare: la rabbia, l’odio, le ferite e il desiderio di vendetta di un popolo che soffre da 50 anni. Nel processo di riconciliazione occorre prima stabilire la verità – riconoscere gli abusi e i crimini commessi -; stabilire la giustizia, cioè, il castigo e il risarcimento e affrontare poi un processo di guarigione interiore della vittima e dell’offensore, che porti a riconoscere l’altro nel suo dolore, o nella sua barbarie, come persona meritevole di compassione e di perdono".

Una giustizia a cui hanno diritto anche le vittime dell’esercito e dei paramilitari…
"Certo! Gli abusi sono stati compiuti da entrambe le parti, e riconosciuti dal governo e dalle forze dell’ordine. Sono stati assassinati leader popolari, sono state bombardate comunità… La società civile ha tanto da raccontare sulle azioni militari del governo e su quelle della guerriglia. Intere comunità sono state colpite dalle Farc".

Qual è il contributo ecclesiale in Colombia al processo di pace?
"Da anni tutta la Chiesa colombiana è impegnata nella costruzione della pace. I vescovi hanno fatto un lavoro eroico, alcuni all’interno delle Commissioni governative e nella Commissione di conciliazione nazionale della Chiesa, presieduta dall’arcivescovo di Bogotá e formata da sacerdoti, vescovi, laici e alcuni gesuiti. L’episcopato fa un grande lavoro anche con il Segretariato nazionale della pace. Si presta assistenza umanitaria immediata e di mediazione tra le parti: alcuni preti sono stati inviati nella foresta per riportare a casa un sequestrato o per dialogare con i capi della guerriglia, che si fidano di questi mediatori".

E l’opera della Compagnia di Gesù che ha avuto anche vittime?
"Tra i gesuiti p. Sergio Restrepo, è stato ucciso dai paramilitari a Tierralta (Córdoba), nel 1989. Sono stati uccisi anche due collaboratori laici del nostro centro di ricerca Cinep, e circa 30 laici collaboratori che operavano nel Programma di Sviluppo e Pace del Magdalena Medio. Il contributo dei gesuiti è nel favorire il dialogo sociale ed evitare la polarizzazione, con la formazione nella fede e nella giustizia, la ricerca sociale, la difesa dei diritti umani, la spiritualità della riconciliazione e il servizio umanitario".