ECONOMIA ED ETICA

La corsa è finita

Il capitalismo e la dottrina sociale della Chiesa

Ricorda, Joaquín Navarro-Valls, le parole che Giovanni Paolo II gli disse nei giorni dell’euforia per la caduta del Muro di Berlino: "Non dimentichi mai che il capitalismo ha bisogno di una profonda riflessione etica". Era il 1989, non l’altro ieri: parole profetiche di un Papa che sapeva capire i tempi.
Era la fine del decennio reaganiano, quello dell’"arricchitevi" rivolto agli "animal spirits" capitalisti dopo le difficoltà attraversate dal mondo occidentale negli anni Settanta. Il cavallo di battaglia furono le Borse, i "padroni" divennero imprenditori, gli speculatori si trasformarono in finanzieri, l’utile aziendale e i dividendi soppiantarono l’importanza della forza-lavoro e del numero degli addetti.
Un’onda lunga proseguita con alterne fortune e diverse bolle speculative fino a cinque anni fa, quando crollò il castello di carte costruito dalla speculazione finanziaria anglosassone, ma docilmente adottato da buona parte del mondo. Un lungo periodo di benessere – oggi scopriamo costruito sui debiti, ed è doloroso ripagarli – che ha profondamente trasformato le società occidentali. Le classe sociali si sono amalgamate in una grande classe media che aspira al successo economico; gli stili di vita si sono uniformati; la globalizzazione ha reso la Terra un unicum.
Soprattutto, hanno trionfato i soldi. Da mezzo a fine, da valore economico a valore quasi etico. A retrocedere è stato l’uomo. Se perde il lavoro, è un "costo" compresso per far lievitare l’utile aziendale (e la Borsa esulta alle ondate di licenziamenti). Se viene sfruttato in qualche Paese, si chiama "delocalizzazione" competitiva. Da cittadino, deve "sottostare ai mercati" che ormai decidono quante tasse pagherà, se e quanta pensione avrà, quanti anni ancora dovrà lavorare e a che condizioni, se e quanta sanità e assistenza gli rimarranno per sé e per la famiglia.
Tutto questo oggi, a cinque anni dalla crisi dei sub-prime americani che ha dato la stura alla peggior crisi economica degli ultimi ottant’anni. Un sentimento di frustrazione e di subalternità avvertito da molti esseri umani in diversi angoli della Terra, che sta generando reazioni diversificate: dall’esplodere degli indipendentismi (Scozia, Catalogna, Fiandre) allo statalismo di stampo socialista (Francia); dal generale rifiuto verso la politica o comunque verso chi sta al governo, all’esplodere del malessere sociale laddove il conto viene fatto pagare alla società con ricette dolorose e destabilizzatrici (Grecia, Spagna…).
L’unica ricetta sociale che sembra ancora funzionare è quella tedesca: molto lavoro, ricchezza ben distribuita, grande pragmatismo, forte peso dei lavoratori nelle aziende, consumi attenti e poca solidarietà verso il resto del mondo. Ma i tedeschi sono tedeschi. Più che la ricetta, è il loro Dna teutonico a fare la differenza: non si esporta l’essere fatti in un certo modo.
Per il resto del mondo occidentale, s’impone urgentissima quella profonda riflessione che invocava papa Wojtyla. E s’impone anzitutto a chi ha le leve del potere, a una classe politica che ha scelto – in molti Paesi e per molto tempo – un profilo basso, quasi mediocre; un tirare a campare lasciando correre. Ora la corsa è finita, e la politica ha il dovere di analizzare profondamente una situazione per trovare grandi soluzioni a un grande problema: rimettere al centro la persona umana.
Se non per convinzioni etiche, lo faccia per convenienza: quegli esseri umani sono anche gli elettori che poi faranno la fortuna di questo o quel leader politico, di questo o quel partito. Sembra al tramonto la visione localistica dell’orticello di casa da ben curare, tenendo fuori dallo steccato chi intenda entrarvi: la corsa del mondo non tiene più in conto i piccoli particolari. Le logiche di dieci anni fa appaiono ormai irrimediabilmente sorpassate da dinamiche che non conoscono frontiere, non rispettano gli usi e i costumi, non temono ostacoli e barriere.
Una nuova, grande visione dell’uomo in questa società, insomma. Non si parte da zero, in realtà da tempo le nostre case sono attraversate da logiche meno idolatranti il consumo fine a se stesso, più rispettose delle risorse naturali e prodotte, più attente ad evitare sfruttamenti ed abusi. Il precariato non lo chiamiamo più "flessibilità"; gli immigrati sono sempre meno risorse economiche e sempre più esseri umani; il consumo giocoforza è diventato più consapevole, in tempo di ristrettezze. E la dottrina sociale della Chiesa un punto di riferimento più autorevole e illuminante rispetto alle teorie keynesiane piuttosto che quelle di un qualsiasi liberista più attento alla libertà dei soldi rispetto a quella degli esseri umani.