CATTOLICI E MONDIALIZZAZIONE

Testimoniare l’unità

Il card. Angelo Bagnasco questa mattina all’XI Forum del progetto culturale Cei

"Globalizzare l’umano", cioè "far emergere la creaturalità di tutti e di ciascuno, che costituisce il fondamento di ciò che davvero può essere detto universale". È la "ricetta" per la mondializzazione proposta dalla dottrina sociale della Chiesa, per scongiurare una "ideologia" della globalizzazione, ovvero "un uso ideologico dei processi di globalizzazione". A proporla è stato il card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, aprendo oggi a Roma l’XI Forum del progetto culturale, sul tema: "Processi di mondializzazione, opportunità per i cattolici italiani". Una "lettura unilaterale dei processi di globalizzazione" – la tesi del cardinale – "può essere pericolosa perché potrebbe giustificare una forma d’imposizione, a volte anche violenta, del globale sul locale", dando luogo a "un vero fraintendimento di ciò che l’umanità, grazie soprattutto all’elaborazione del pensiero cristiano, ha stabilito come realmente universale: la dignità della persona, la salvaguardia della sua libertà, il rispetto della vita in ogni suo momento". "’L’utile’ di una parte dell’umanità non può essere considerato il criterio per stabilire ciò che è bene per tutti", ha ammonito il presidente della Cei, secondo cui "la globalizzazione dev’essere regolamentata secondo giustizia, evitando che si configuri come l’espressione d’interessi particolari, sia di tipo economico, finanziario, politico ma anche culturale".

La globalizzazione e l’Europa. L’"ideologia" della globalizzazione, ha affermato il card. Bagnasco, "è una concezione errata del progresso umano e del suo sviluppo globale". "Gli sviluppi della mondializzazione e l’attuale fase di globalizzazione – ha spiegato – non possono affatto essere considerati l’esito di un percorso storico che l’uomo può solamente subire e rispetto al quale non ha responsabilità", ma "devono invece essere pensati e assunti all’interno di una dimensione etica". "Non ho l’impressione – ha osservato il presidente della Cei, parlando a braccio – che in Europa ci sia una riflessione culturale attenta e seria. Ho l’impressione invece che ci sia una cultura debole, perché avulsa da una riflessione autonoma, profonda e argomentata. Mi sembra di vedere che ci si ferma, ci si accontenta di un’applicazione ripetitiva, quasi automatica di alcune categorie concettuali che sembrano ormai essere diventate dogmi: il principio di non discriminazione e quello di tolleranza". Principi, questi, ha commentato il cardinale richiamandosi anche al suo recente intervento al Sinodo, "su cui siamo tutti ampiamente d’accordo, ma che non vengono seriamente approfonditi, dando luogo a un’applicazione superficiale di queste categorie". "È per questo – ha osservato il cardinale – che dico che sotto questi aspetti l’Europa è debole, e quindi pericolosa".

Una lunga tradizione. Altro atteggiamento stigmatizzato dal presidente della Cei, la "retorica della diversità": "La diversità è un valore, la retorica della diversità è un disvalore", ha precisato, esortando i cattolici a superare la sindrome della "subalternità", che nasce "dal timore di essere etichettati, se si va controcorrente". Il patrimonio a cui attingere è quello della dottrina sociale della Chiesa, ha ribadito, ricordando che "la Chiesa, proprio in quanto cattolica, è per sua stessa natura protesa a un’azione globale e globalizzante. Anche nel contemporaneo contesto globalizzato, i cattolici possono trovare nella dottrina e nella tradizione quei riferimenti precisi che consentono loro un sicuro orientamento". Oggi, in particolare, per il card. Bagnasco, è "sempre più urgente fornire un fondamento antropologico in grado di giustificare quella ‘globalizzazione della solidarietà’ che Giovanni Paolo II auspicava". Tema, questo, affrontato da Benedetto nella Caritas in veritate, nella quale la globalizzazione "costituisce una vera e propria sfida etica".