ILVA TARANTO

Non può chiudere

Occorre ricordare il valore strategico dell’industria siderurgica per l’Italia

"Premetto che l’Ilva deve essere salvata". Non ha dubbi Lorenzo Caselli, economista e docente, all’Università di Genova, di etica economica e responsabilità sociale delle imprese, di fronte al caso dell’industria siderurgica tarantina, che ieri sera ha comunicato improvvisamente ai cinquemila operai dell’area a freddo la sospensione della produzione, dopo il sequestro da parte della Guardia di finanza dei semilavorati e dei prodotti finiti, giacenti sulle banchine del porto di Taranto, all’interno dell’inchiesta penale che da mesi tiene in bilico le sorti dello stabilimento. Francesco Rossi per il Sir ha chiesto all’economista un’analisi della situazione e delle possibili prospettive.

La sospensione improvvisa dell’attività, con la disattivazione dei badge degli operai, era evitabile?
"Quanto accaduto è umiliante per la dignità delle persone. Bisognava attivare già da tempo un procedimento che evitasse di arrivare a questo punto".

Nella vicenda dell’acciaieria vi sono dei dilemmi etici?
"Il punto di partenza sono due legittime esigenze che, qui, si trovano in conflitto tra di loro. Da una parte c’è la necessità del lavoro – in gioco ci sono 20 mila persone con le relative famiglie, tra Taranto, Genova, Novi, Racconigi, Patrica e, per certi aspetti, pure Marghera – e dello sviluppo industriale del nostro Paese, che non può fare a meno della siderurgia. D’altra parte il diritto alla tutela dell’ambiente, alla salute e alla sicurezza. Come gestire una simile situazione, eticamente conflittuale? Servono intelligenza e determinazione, mettendo in campo risorse, con controlli affidabili ed efficaci".

Un richiamo alle responsabilità dei vertici aziendali?
"Non solo. L’uno e l’altro aspetto comportano costi rilevanti, diretti e indiretti, senza dimenticare che la chiusura dello stabilimento non risolve affatto il problema ambientale, anzi lo aggrava, lasciando un mostro sonnacchioso che continua a produrre effetti nocivi per l’ambiente senza più alcun intervento".

Confindustria stima in un miliardo di euro l’anno i costi per la collettività derivanti da cassa integrazione, imposte e oneri sociali…
"Ai quali vanno aggiunti costi indiretti legati all’indotto e all’aumento delle importazioni. Mentre Taranto, perdendo lo stabilimento, entrerebbe in una fase di degrado con conseguenze enormi".

Dunque, occorre perseguire la via del risanamento…
"I costi non sono indifferenti, ma visto che i costi sociali della chiusura sarebbero giganteschi vanno utilizzate risorse per il risanamento in equilibrio con il mantenimento della produzione, sapendo che è possibile conciliare l’attività dello stabilimento con la tutela dell’ambiente e la sostenibilità. Qui è necessario un intervento deciso del governo per congelare la situazione, consentire una seppur limitata attività dello stabilimento e al tempo stesso continuare con quelle operazioni previste dall’autorizzazione integrativa ambientale per il risanamento".

Non sarebbe un’indebita ingerenza dello Stato nel mercato?
"No, è una questione nazionale dalla quale dipende il futuro industriale del nostro Paese. Abbiamo l’esempio vicino della Francia, dove il presidente Hollande di fronte al caso della multinazionale siderurgica Arcelor Mittal, che non trovando acquirenti potrebbe ridimensionare gli stabilimenti francesi, ne ha proposto la nazionalizzazione. E, quanto a siderurgia, la Francia è meno importante dell’Italia: noi siamo i secondi produttori in Europa dopo la Germania e Taranto è il più grande stabilimento siderurgico europeo".

Secondo la magistratura, i vertici dell’azienda hanno compiuto ripetutamente reati penali, tra l’altro mistificando i dati relativi all’inquinamento.
"È ovvio che laddove siano stati commessi illeciti la procura tarantina deve procedere. Con riferimento alla tutela ambientale ricordo che l’Unione europea ha emanato una serie di norme e standard che vanno rispettati e hanno valenza giuridica. Da questo punto di vista va sottolineato l’impegno del nostro Paese, che sta anticipando l’applicazione di queste norme e, quanto a rispetto dell’ambiente, osservatori a livello europeo riconoscono che la siderurgia italiana, globalmente intesa, è la migliore in Europa. Per l’Ilva c’è ambiguità nelle analisi utilizzate, e dunque dobbiamo fare riferimento ad autorità terze che dicano come effettivamente stanno le cose, a costo di rivolgerci a centri di ricerca o università straniere per avere dati certi. Ciò che è in gioco è di fondamentale importanza per il Paese, per quelli che vivono a Taranto e per coloro che lavorano nella siderurgia".

Il sequestro dei prodotti già lavorati, pronti per essere spediti altrove, rischia di avere conseguenze a catena per gli altri stabilimenti Ilva e non solo. Che ne pensa?
"Non si possono bloccare le navi e, di conseguenza, gli altri stabilimenti. Questo va detto con chiarezza e anche il governo deve assumersi delle responsabilità. Non dico di nazionalizzare l’Ilva – non potremmo permettercelo – ma dobbiamo salvaguardare la nostra siderurgia e le sue strutture di base".