TERREMOTO: SEI MESI DOPO
Le comunità cristiane e la necessità di avere luoghi dignitosi per celebrare
Sei mesi sono tanti, ma anche pochi. Tanti per chi dorme ancora negli alberghi e attende i contributi per sistemare la propria casa, o un prefabbricato nel quale passare l’inverno; tanti per le comunità che non hanno una chiesa nella quale pregare e celebrare l’eucaristia; tanti per chi aspetta ancora di tornare al lavoro. Ma sono "pochi" per lasciare alle spalle un’emergenza come quella del terremoto; perché prima vengono le cosiddette "opere provvisionali", le messe in sicurezza di case, chiese, monumenti, per evitare ulteriori danni, e solo dopo la ricostruzione. Per questo, a sei mesi dal terremoto che ha colpito il Nord Italia, c’è chi lamenta ritardi dovuti alla burocrazia, ma è pure diffuso il riconoscimento che si sta lavorando senza sosta. A fare un bilancio di quanto fatto, con specifico riferimento ai beni culturali, è stato un convegno organizzato dalla Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici dell’Emilia Romagna, che si è chiuso ieri a Carpi, nel quale sono state illustrate le azioni intraprese per affrontare l’emergenza.
Spirito cooperativo. Sono, infatti, circa 2.200 gli edifici d’interesse storico-artistico danneggiati dal sisma. In sei mesi – è stato riferito al convegno – sono state verificate tutte le 515 chiese, in Emilia Romagna, lesionate e segnalate ai Beni culturali regionali, mentre sono state presentate 366 richieste di autorizzazione per lavori connessi ai danni sul patrimonio immobiliare tutelato (di proprietà pubblica, privata ed ecclesiastica), delle quali 259 hanno già ottenuto esito positivo e solo 3 un parere negativo. "Abbiamo voluto rendere pubblico quanto è stato fatto, ma pure le difficoltà incontrate", ha spiegato il direttore regionale per i beni culturali, Carla Di Francesco, riconoscendo che "al di là delle opere provvisionali il vero piano per i beni culturali, con i relativi ordini di priorità, ancora manca perché non c’è certezza di finanziamento". Al momento ciò di cui si potrà disporre a breve sono 7.820.000 euro di fondi ricavati tra il bilancio ministeriale (dei quali 2 milioni e mezzo sono già stati impegnati per le attività compiute in questi mesi) e quanto assegnato dalla legge 122/2012 (sugli interventi urgenti in favore delle popolazione terremotate); ma in fondo "siamo ‘solo’ a sei mesi – ha affermato – da un simile sisma". "Tra tante difficoltà – ha rilevato, intervenendo al convegno, il ministro Lorenzo Ornaghi – è emerso lo spirito cooperativo che ha permesso d’impedire che l’emergenza si cronicizzasse". Una cooperazione cui ha fatto appello anche il vescovo di Carpi, mons. Francesco Cavina, ricordando l’importanza della cattedrale, oggi gravemente lesionata, non solo come "monumento per Cristo" ma anche come luogo della memoria e dell’identità. "Carpi – ha affermato – ha due polmoni, l’ospedale civile e la cattedrale, se uno dei due viene meno la città non è più la stessa. Dunque l’intera comunità deve farsi carico di un edificio che è cresciuto per 500 anni insieme alla città affinché ne sia restituita la fruizione ai cittadini al di là dell’appartenenza religiosa".
Chiese provvisorie e prefabbricati. L’arcidiocesi di Bologna, nelle scorse settimane, aveva lamentato il diniego dei "nulla-osta per la preparazione di dignitosi prefabbricati, ovviamente a nostre spese". Tesi ribadita da don Mirko Corsini, dell’ufficio amministrativo dell’arcidiocesi, che ha parlato come incaricato per il sisma della Conferenza episcopale dell’Emilia Romagna chiedendo di "guardare al domani e al tanto lavoro che, nei vari modi e nelle diverse competenze", attende le diverse istituzioni coinvolte". L’auspicio è "che i tempi di progettazione di approvazione e di realizzazione non siano improponibili". "Spesso – ha messo in guardia il sacerdote – l’ottimo è nemico del bene se si perdono di vista i contesti nei quali si deve operare" e il tempo rischia di portare "a situazioni che peggiorano lo stato attuale delle cose". "Nelle diocesi di Carpi e Modena – replica al Sir Di Francesco – la questione degli edifici provvisori per la liturgia è stata risolta con prefabbricati, come quelli messi a disposizione della Caritas". Difatti a Carpi, ribadisce l’economo diocesano Stefano Battaglia, "le nostre strutture provvisorie sono minimali, in alcuni casi prefabbricate, ma comunque senza alcun impatto architettonico, pur rispondendo alle esigenze della comunità". "Diversa – prosegue Di Francesco – è la situazione per Bologna, che peraltro presenta danni quantitativamente minori rispetto alle due diocesi citate. Qui si vorrebbero realizzare manufatti accanto a chiese danneggiate non irreversibilmente, e questo ci mette in allarme". La paura è che, poi, non s’intervenga più sugli edifici terremotati, anche se la competenza per il ripristino è dello Stato. Piuttosto, suggerisce il direttore dei beni culturali, "bisogna chiedere con forza che arrivino presto i finanziamenti per quelle chiese, nelle quali in più casi serve relativamente poco". Perché – e su questo tutti sono concordi – queste comunità hanno diritto ad avere un luogo dove manifestare dignitosamente la propria fede. Senza dover aspettare ancora mesi, o anni.
a cura di Francesco Rossi, inviato Sir a Carpi