TERREMOTO: SEI MESI DOPO
Burocrazia e ricostruzione si fronteggiano nelle zone colpite
Pioveva, in Emilia, nei giorni del terremoto, e la pioggia si mescolava con le lacrime e la paura della gente fuori dalle case lesionate o distrutte, che vedeva a rischio il lavoro nei capannoni, che piangeva un familiare o un amico rimasti sotto le macerie. Nuvole e pioggia si alternano anche a sei mesi da quel giorno, il 20 maggio, in cui la pianura padana si scoprì improvvisamente fragile, incapace di evitare l’insidia che veniva da sotto terra. Piove, nell’autunno inoltrato, mentre si attendono l’inverno e il freddo, dopo un’estate così infuocata che l’acqua, sui campi, era attesa come una benedizione.
Le conseguenze del sisma. Furono i comuni emiliani di Finale Emilia e San Felice sul Panaro, nel modenese, e quello mantovano di Sermide a registrare l’epicentro delle scosse, mentre nove giorni dopo altri nomi dei paesi della pianura padana già colpiti dal primo sisma ottennero, loro malgrado, la ribalta: Medolla, Cavezzo, Mirandola… Case evacuate, chiese in larga parte inagibili, come pure i capannoni industriali, diversi dei quali erano venuti giù (e tanti altri sarebbero crollati il 29), edifici storici come il castello e la Torre dei modenesi di Finale Emilia forse irrimediabilmente compromessi. Nei cortili e nei parchi spuntarono accampamenti di fortuna, durati per mesi a fianco delle tendopoli "ufficiali" allestite dalla Protezione civile e diversi, che se lo potevano permettere, hanno "investito" in un camper, così come in altri tempi s’investe sul mattone per dare un tetto stabile alla propria famiglia. E ora, sei mesi dopo, com’è la situazione?
"Si è perso tempo". Tornati a Sant’Agostino (nell’estremità della diocesi di Bologna, laddove la provincia è già Ferrara), là dove sorgeva il municipio sventrato dal sisma con il lampadario donato da Italo Balbo e il campanile s’innalzava pericolante sulla chiesa, si percepisce ancora la provvisorietà. Qui è stata colpita soprattutto la zona industriale; nella vicina frazione di San Carlo, invece, le case. Ma l’edificio comunale non c’è più, è stato fatto implodere dopo aver portato in salvo il lampadario "simbolo" perché ormai irrecuperabile; restano le macerie che si affacciano sulla piazza deserta. Poco più in là, la chiesa e il campanile sono provvisoriamente protetti da una fitta imbragatura d’acciaio. Come provvisoria è la collocazione dell’attuale "casa" in cui la comunità celebra l’eucaristia. "Siamo ancora nella tensostruttura allestita nel giardino della scuola materna", racconta al Sir il parroco, don Gabriele Porcarelli, che proprio nell’asilo ha trovato dove abitare da quando la canonica è inagibile. "Purtroppo ammette ormai siamo consapevoli che non potremo arrivare a Natale con una sistemazione più stabile: si è perso troppo tempo". Il riferimento è al "tira e molla" tra istituzioni e con la Soprintendenza per i beni culturali. "Se avessimo avuto un ok in tempi rapidi osserva don Porcarelli i lavori sarebbero già cominciati, ma così non è stato". Quando sarà più freddo, è all’oratorio dei ragazzi una struttura che ha retto al sisma che il parroco intende chiedere ospitalità, "da buoni fratelli". "La domenica spiega lo utilizzeremo prevalentemente per la comunità, per celebrare l’eucaristia, mentre durante la settimana servirà per il doposcuola". È andata meglio ai bambini che frequentano la scuola materna: sistemata ad agosto, il 10 settembre vi hanno potuto far regolarmente ritorno.
Centri della comunità e chiese provvisorie. Sarà anche colpa dell’inclemenza del tempo, ma è ben poca la gente che s’incontra per strada. Andando verso Finale Emilia di tende non se ne vedono praticamente più tranne rare eccezioni, come una piccola, blu, alla rotonda tra via Matteotti e via Cavour, per andare agli uffici del parroco di Finale mentre nei parcheggi si trovano ancora caravan in sosta. Nella diocesi di Modena la stima dei danni supera i 350 milioni di euro. "Entro tre mesi informa la diocesi si spera di avere a disposizione 9 strutture polivalenti prefabbricate", da usare come "centri della comunità", 7 delle quali saranno messe a disposizione dalla Caritas nazionale. Mentre "procedono i lavori per la costruzione di tre chiese provvisorie che sorgeranno a San Felice, Medolla e Villafranca" e sono pronti i progetti per intervenire presto su alcune chiese, tra le meno danneggiate, così da renderle nuovamente fruibili: si tratta della chiesa della Buona Morte a Finale Emilia, la Pieve di Nonantola, quelle parrocchiali di Soliera, Bastiglia, Cavezzo, Camposanto, Ravarino, Rivara, Bomporto. A Finale Emilia, tuttavia, il parroco, mons. Ettore Rovatti, riconosce come il problema principale per riparare le 7 chiese cittadine sia "economico", e ancora oggi "per celebrare afferma usiamo la tenda nel campo sportivo del seminario". Con le donazioni, frattanto, si sta costruendo una nuova struttura per l’asilo parrocchiale del "Sacro Cuore" (i cui bambini, ora, usano provvisoriamente i locali di una scuola di danza), nella speranza di guardare al futuro lasciandosi alle spalle al più presto gli effetti del terremoto.
a cura di Francesco Rossi, inviato Sir a Sant’Agostino e Finale Emilia