IL PRODOTTO ITALIA
Le esportazioni sono ossigeno ma bisogna ben custodire i preziosi gioielli
È sempre la vecchia storia del bicchiere che, a seconda di chi lo vede, risulta essere mezzo pieno, o mezzo vuoto. Gli acquisti di aziende italiane fatti da investitori esteri sono ossigeno puro per la nostra economia, o la perdita di preziosi gioielli finiti in mani straniere?
Il premier Mario Monti, in questa ultima fase del proprio mandato, sta girando mezzo mondo per promuovere il prodotto-Italia: i ricconi della Terra (in particolare arabi, indiani e cinesi) da qualche anno stanno acquistando a man bassa realtà economiche europee; da alberghi di lusso a case automobilistiche, da quote di banche ad aziende agroalimentari. Un colossale flusso di denaro finora piovuto soprattutto sulla Gran Bretagna e, in misura minore, su Germania e Francia; ben poco è arrivato in Italia.
Monti quindi sta promuovendo il nostro Paese spiegando le sue peculiarità, e minimizzando quel che più preoccupa all’estero: una stabilità politica tutta da immaginare nel dopo-Monti, una burocrazia poco "europea", una selva di leggi oscure e contorte, una giustizia da Paese incivile.
Per contro, l’Italia è ricca, bella, facilmente raggiungibile. A prezzi di saldo.
Ecco, qui sta il punto. Questo è un momento ottimo per acquistare in tutto o in parte aziende italiane. E finché s’immettono soldi in un grand hotel o in una fabbrica di moto, i problemi stanno a zero. Quando invece si acquistano a basso costo partecipazioni vitali in banche, assicurazioni o multinazionali, il bicchiere non appare più così mezzo pieno.
È notizia di oggi l’interesse del finanziere egiziano Sawiris per la nostra Telecom. Un pacco di miliardi di euro che servirebbero come il pane per potenziare il business dell’azienda telefonica in Brasile, dove si fanno molti utili. Se arrivano, Sawiris vorrà pur contare in una realtà dove investe molto; se non arrivano, Telecom rischia però di galleggiare – ancora per poco – sulla marea di debiti in cui da troppi anni è immersa e quasi paralizzata.
Questa comunque rimane una decisione che vedrà l’Italia spettatrice, un affare tra privati anche se poi la rete telefonica e internet ci riguardano assai. Molto più spinoso si presenta il dossier-banche. Il "Corriere della Sera", pochi giorni fa, ha sollevato la questione: con una manciata di miliardi di euro si entra in pompa magna dentro la più grande banca italiana, Unicredit, il cui principale azionista è già straniero (Emirati Arabi). In Italia non si vedono all’orizzonte imprenditori così liquidi e disponibili a contrastare simili investimenti in un istituto che guadagna bene nelle filiali estere – in particolare in Germania – e perde soldi in quelle italiane.
C’è di più. Chi comanda in Unicredit, a sua volta comanda in Mediobanca – la più pregiata banca d’affari italiana – e in Generali, la nostra migliore compagnia assicurativa. Tre piccioni enormi con una piccola fava: da qui la proposta di fondere Unicredit con l’altro campione bancario nazionale, Intesa San Paolo. Proposta rigettata al mittente, ma la questione rimane: le banche non sono imprese qualsiasi, ma il sistema venoso dell’intera economia nazionale.
Non dimentichiamo infine che, una volta quotata Chrysler a Wall Street, sarà questa a comandare su Fiat, e l’azienda torinese è destinata a diventare una succursale – nemmeno molto importante – di Detroit. O che l’azionista di comando di Pirelli sta cercando soci investitori, facilmente stranieri; o che l’Eni ingolosisce da sempre i colossi petroliferi russi; o che l’acciaio e l’alluminio italiano parlano sempre di più indiano o russo… Discorso quasi chiuso invece per l’agroalimentare: l’ultimo raid è stato l’acquisto di Parmalat da parte della francese Besnier.
Infine le vitali reti distributive, i negozi. Se tra i supermercati stiamo assistendo a una progressiva ritirata di francesi e tedeschi, negli altri settori merceologici siamo diventati terra di conquista di spagnoli e svedesi (Zara, H&M nel tessile) e di nuovo svedesi (Ikea). E pensare che, con Benetton, eravamo stati noi a inventare le reti di negozi in franchising…
Questo per dire che ben vengano i soldi stranieri spesi in Italia. Sono le fondamenta del nostro benessere. Ma con una certa attenzione: ci sono asset economici che non vanno né svenduti, né trasferiti altrove; ci sono centri decisionali che devono rimanere qui.
Ci sarebbe soprattutto bisogno di un altro tipo d’investimenti stranieri: quelli che impiantano qui fabbriche, o fanno risorgere quelle decotte o mal guidate. Insomma che fanno germogliare posti di lavoro qui invece che in Polonia o in Indonesia. Il motore del benessere di un Paese è il lavoro; se viene a mancare quello, c’è solo da gestire un declino senza prospettive.