CRISTIANI IN EUROPA
I ”figli” e i ”nipoti” di fronte al rischio di vedere dissolto il grande progetto dei ”padri”
Jean-Dominique Durand, storico e docente all’università di Lione ha concluso ieri il simposio su "Crisi cristiana in Europa?" promosso dall’Accademia cattolica di Francia e tenutosi il 16 e il 17 novembre al Collége des Bernardins a Parigi.
Vincere pessimismo ed egoismo. "I cattolici, in particolare i democratici cristiani – ha detto lo storico – sono stati dopo la seconda guerra mondiale i pensatori e i motori di un’Europa radicalmente nuova, di una unità portatrice di pace, fondata sulla libera adesione degli Stati a una comunità nuova nel destino e salda sui principi democratici". "C’è stata una generazione di cattolici – ha aggiunto – che, grazie anche a Benedetto XV, Pio XI e Pio XII ha preso coscienza delle conseguenze del Vangelo sulle relazioni tra i popoli e molti di questi si impegnarono a favore dell’Europa unita". I risultati di quell’opera e di quel pensiero sono davanti agli occhi di tutti ma oggi "l’Europa politica ha difficoltà a realizzarsi, l’unità esiste, e la si vede anche con l’euro, ma non si è riusciti a creare una coscienza europea che resta così fragile perché prevale nello scenario di oggi la dimensione economica e se l’economia può unire può anche dividere rapidamente quando gli interessi divergono". A tutto questo si aggiunge un "egoismo nazionale che non è affatto assopito". In una situazione in cui "l’europeismo non mobilita più, le istituzioni sono ripiegate su se stesse e rendono non identificabile la direzione che l’Unione sta prendendo", ha affermato il relatore, occorre prendere atto che "questa crisi è provocata dalla crisi cristiana: c’è una disaffezione dei cattolici nei confronti dell’Europa, crescono i dubbi e c’è un euroscetticismo mai visto prima". Purtroppo il quadro si è ulteriormente deteriorato visto che "il pensiero democratico cristiano si è diluito dimenticando troppo spesso la dottrina sociale della Chiesa" mentre "la realizzazione dell’economia sociale di mercato ha ceduto il passo al miraggio liberale". Tutto ciò conferma che oggi "per i cristiani è diventato più difficile tenere vivo l’impegno per il progetto europeo". Con il pessimismo non si risponde però alla crisi e allora, ha affermato Jean-Dominique Durand, si deve "prendere il coraggio di affrontare la difficoltà e di rispondere alle urgenze".
La prima risposta è l’impegno. La prima risposta, ha precisato, è "quella dell’impegno: mons. Diamuid Martin, arcivescovo di Dublino, ha dichiarato al Consiglio delle conferenze episcopali europee (Ccee) a Cipro il 4 settembre 2012 che la Chiesa è una forza motrice e che ‘i cristiani hanno una responsabilità speciale per l’avvenire dell’Europa’. Soprattutto perché sono portatori di una visione del mondo e molto concretamente di una visione della società. I vescovi della Comece hanno a loro volta ricordato nel documento del 27 ottobre 2011 l’importanza della dottrina sociale della Chiesa e più particolarmente dell’economia sociale di mercato, concetto tipicamente democratico cristiano elaborato in Germania da Ludwig Erhard negli anni Cinquanta che si poneva in alternativa a un sistema economico utilitarista , all’idolatria del denaro". "Non si tratta di cedere alla nostalgia – ha rimarcato il relatore – ma di mostrare che un sistema alternativo al liberalismo è possibile". Quindi "non bisogna mai disperare dell’Europa anche se per i cristiani c’è una sensazione di attacco che viene dalle vicende legate alle radici cristiane, al crocifisso in Italia, al calendario delle feste religiose, a impianti legislativi in tema di famiglia e vita…"
La bontà e la bellezza dei valori cristiani. A rimotivare un impegno sono "le molte realizzazioni avanzate nel corso di questi ultimi decenni che testimoniano come l’Europa unita si fonda sulla bontà e sulla bellezza dei valori cristiani tra i quali la pace, la riconciliazione, la democrazia, la solidarietà, i diritti dell’uomo". E ancora, ha rimarcato Durand, non si può dimenticare che "l’Europa ‘è molto più di un euro’ come ha detto recentemente mons. Gianni Ambrosio, vescovo e vicepresidente alla Comece (Commissione episcopati comunità europea). Questo significa anche che non bisogna attendersi tutto dall’economia dalle istituzioni e dal diritto. Occorre piuttosto riabilitare la cultura anche perché aspettarsi ogni risposta dall’economia, dalle istituzioni e dal diritto è il segno di una crisi della memoria cristiana così come aveva ricordato Giovanni Paolo II il 5 ottobre 1982 a san Giacomo di Compostella. Con quelle parole il pontefice ripeteva che la crisi dell’uomo europeo è la crisi dell’uomo cristiano, le crisi della cultura europea sono le crisi della cultura cristiana. Si tratta allora di costruire quell’ Europa dello spirito di ci parlava spesso il cardinale Martini".
a cura di Sarah Numico, inviata Sir Europa a Parigi