I ''MARTIRI'' DEL SALVADOR
Questa sera a San Salvador una fiaccolata per ricordare la strage del 1989
Una fiaccolata ha percorso questa sera le strade di San Salvador per ricordare e commemorare i "martiri" dell’Università Centroamericana "José Simeón Cañas" – per tutti Uca – l’università cattolica fondata dai gesuiti nella città salvadoregna, dove oggi è stata celebrata una messa di suffragio.
I "martiri" gesuiti. I fatti risalgono alla notte del 16 novembre 1989 quando la guerra tra l’esercito governativo, sostenuto da diversi gruppi paramilitari, e il "Farabundo Martí" para la Liberación Nacional (Frente), movimento di guerriglia in cui erano confluite numerose organizzazioni sociali, politiche e gruppi armati antigovernativi che reclamavano la fine dell’oppressione del popolo, era arrivata al culmine con il lancio, da parte dei guerriglieri, di una offensiva verso la capitale. Quella notte un battaglione militare entrò nella sede dell’università, nella casa in cui risiedevano i gesuiti che furono giustiziati in sfregio al loro coraggio di essere delle "menti pensanti" in un Paese senza libertà: morirono così sei religiosi e due donne, la governante della casa e sua figlia, che lì avevano cercato protezione. "I gesuiti ci tengono molto a sottolineare la figura di queste donne perché, simbolicamente, rappresentano tutti i campesinos, la gente umile, il "popolo crocifisso" vittima di questa lunga guerra civile", racconta al Sir Annalisa Zamburlini, dottoranda in sociologia all’Università Cattolica di Milano, che lo scorso anno ha trascorso alcuni mesi proprio all’Uca. "Anche se non può essere paragonata per il suo impatto nell’opinione pubblica all’omicidio di mons. Romero (ucciso nel 1980 ndr) continua la dottoranda -, questo episodio, anche per il coinvolgimento di cinque spagnoli, riportò l’attenzione internazionale sul Salvador influendo sulle trattative che si concluderanno con gli accordi di pace in Messico nel 1992, esattamente 20 anni fa".
Scrivere la storia. Tra i gesuiti uccisi c’erano anche il rettore dell’ateneo, Ignacio Ellacuría, e Segundo Montes, fondatore dell’Istituto per i diritti umani dell’Uca (Idhuca) una delle realtà più attive nel tentativo di far luce sui drammi di quegli anni. "Pochi giorni dopo la pubblicazione dei risultati della Commissione per la Verità, costituita sotto l’egida delle Nazioni Unite spiega la dottoranda che sta collaborando proprio con questo dipartimento l’assemblea legislativa approvò un’amnistia generale per i crimini commessi tra il 1980 e il 1992. Una decisione che di fatto pregiudicò sul nascere quel cammino di verità, giustizia e riconciliazione che l’Onu aveva prospettato. L’amnistia, infatti, oltre a permettere che persone colpevoli o mandanti di stragi abbiano continuato e continuino ad occupare posti di potere, ha imposto il perdono e la dimenticanza di una pagina terribile della storia recente del Paese. Stiamo parlando di massacri, stragi, distruzioni di interi villaggi, uccisioni mirate, persone scomparse nel nulla, sottrazione di bambini. Per questo dico che non si tratta di preservare la memoria di questi fatti, ma di farla, di scrivere la storia del Salvador. Perché, come dicono le associazioni delle vittime, non è cancellando il passato che si crea la pace né, tanto meno, obbligando la gente a perdonare".
Curare le ferite. Per cercare di far riaffiorare questo passato l’Idhuca ha avviato, insieme ai Comitati delle vittime, un Tribunale per la giustizia riparativa che, da quattro anni, ha luogo nei villaggi teatro degli episodi più violenti. "Non si tratta racconta Annalisa Zamburlini che ha partecipato all’ultima edizione di un vero e proprio tribunale, ma di un’assemblea in cui le vittime, davanti ad alcuni giudici internazionali e alla comunità, possono raccontare i crimini e le sofferenze che hanno subito, trovare per la prima volta ascolto ed esprimere le loro richieste. Purtroppo a differenza di altri esempi di giustizia riparativa, come nel caso della Commissione per la Verità e la riconciliazione sudafricana, l’assenza di un mandato istituzionale per il Tribunale, delle persone accusate e il loro non riconoscimento di quanto fatto rappresenta una mancanza grande, perché la transizione ad un Salvador diverso non può che passare dalla cura di queste ferite".
Il seme sparso. Perché le conseguenze della guerra civile, sotto forma di violenza, disuguaglianze e soprusi, sono ancora presenti in El Salvador, dove il tasso di omicidi per abitanti è secondo solo a quello dell’ Honduras. Il problema è legato soprattutto alla presenza delle bande che si contendono il controllo dei territorio, le estorsioni e i traffici illeciti. Nonostante questo si lavora per far germogliare i semi sparsi dalla morte di mons. Romero e dei "martiri" dell’Uca. "In ogni casa campesina conclude la dottoranda c’è una foto di mons. Romero, così come tutti ricordano la storia dei "martiri" dell’Uca. Nel giardino dove avvenne la strage il giardiniere dell’università che era marito e padre delle due donne uccise, piantò otto rose: sei rosse per ricordare i religiosi e due bianche per le due donne. Un simbolo di speranza perché da quella strage possa germogliare un nuovo Salvador".