MAFIE AL NORD

Manager per contrastarle

Da oggi all’Università Cattolica un corso per amministratori di aziende confiscate

Per combattere la criminalità organizzata, specialmente al Nord, è necessario dotare le imprese di "anticorpi capaci d’interrompere il circuito che, partendo dall’investimento di capitali illeciti in attività legali, fa sì che la criminalità entri in mercati a essa tradizionalmente estranei" finendo per "coinvolgere anche imprese sane e competitive". Ne è convinto Gabrio Forti, preside della Facoltà di giurisprudenza dell’Università Cattolica di Milano e direttore del nuovo corso di alta formazione per amministratori giudiziari di aziende e beni sequestrati e confiscati (Afag), che prende il via oggi nella sede milanese dell’Ateneo. Un’iniziativa, tra le prime in Italia, frutto della collaborazione tra il Centro studi "Federico Stella" sulla giustizia penale e la politica criminale (Csgp) della Cattolica, la Procura nazionale antimafia, il Tribunale di Milano, l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata e il Dems (Dipartimento di studi europei e dell’integrazione internazionale) dell’Università di Palermo. "Il corso – spiega Forti a Michele Luppi che lo ha intervistato per il Sir – intende rispondere all’esigenza di formare figure professionali altamente qualificate: manager che, dopo un’opportuna azione di ‘bonifica’, lavorino per restituire le aziende e i beni inquinati da infiltrazioni criminali alle normali dinamiche di mercato e al capitale sociale della comunità". Per rendere l’idea del fenomeno, al 1° aprile 2012 erano 12.083 i beni confiscati in Italia di cui 10.531 immobili e 1.552 aziende.

Professore, come nasce questo progetto?
"Trae spunto dall’esperienza di un analogo corso inaugurato due anni fa dal Dems all’Università di Palermo, diretto dal prof. Giovanni Fiandaca, ma vuole misurarsi con il contesto economico dell’Italia settentrionale, dove le attività mafiose hanno assunto un chiaro profilo aziendale ed è, perciò, necessario fornire gli strumenti giuridici e manageriali per fronteggiare queste modalità d’infiltrazione".

Con quali obiettivi?
"Sia l’Agenzia nazionale sia la Procura nazionale e il Tribunale di Milano hanno subito mostrato interesse per questa iniziativa, perché si propone di colmare un vuoto significativo: la formazione di figure in grado di coniugare competenze aziendali adeguate al tipo di beni da gestire e pienamente consapevoli dei problemi giuridici sul tappeto".

La Lombardia è oggi la terza Regione d’Italia per beni sequestrati o confiscati. Pensa che al Nord si sia sottovalutata la penetrazione crescente delle mafie?
"L’intreccio tra criminalità organizzata e criminalità del profitto ha determinato un aumento delle aree di promiscuità tra impresa lecita e impresa criminale anche, e soprattutto, nelle Regioni settentrionali. Il fenomeno è stato finora sottovaluto dall’opinione pubblica, dalla classe politica e dai mass media, nella convinzione che si trattasse di casi isolati e non strutturali. Questo perché le infiltrazioni mafiose vivono di relazioni sociali che le rendono invisibili e omogenee all’economia legale e ‘rispettabile’, penetrando anche in seno alle imprese sane e colonizzandone settori di attività o compartimenti. Le inchieste e i processi dimostrano, invece, come le mafie sono oramai stabilmente integrate nel tessuto economico del Nord Italia".

L’Università Cattolica è impegnata da tempo in questo campo. Quale contributo può arrivare dal mondo accademico?
"Il Centro studi, che organizza questo corso, è nato proprio con l’intento di mobilitare le migliori risorse culturali, formative, tecniche e professionali per migliorare la realtà applicativa della legislazione penale e renderla idonea a conseguire obiettivi di tutela dei beni giuridici in modo efficace e ‘responsivo’, avvalendosi delle più avanzate acquisizioni della ricerca sulla prevenzione del crimine".

Parlando di sequestro e confisca delle imprese come è possibile conciliare la tutela della legalità con la salvaguardia del valore sociale delle imprese?
"Occorre cambiare la prospettiva, passando dalla mera conservazione dei beni confiscati al loro sviluppo in una prospettiva economica e sociale. Spesso ci troviamo di fronte a cespiti che arrivano al provvedimento definitivo di confisca attraverso un percorso di mera (quando va bene) gestione conservativa, tipica dell’approccio da ‘curatore fallimentare’, con il perverso risultato di disperderne il potenziale produttivo. La sfida è invece quella di avere a disposizione capacità manageriali tali da riattivare la produzione di ricchezza attraverso una sapiente conduzione dei beni".

Crede che su questo fronte il nostro ordinamento possa essere migliorato?
"Si può fare ancora moltissimo: da una migliore articolazione normativa a, soprattutto, una dotazione di risorse più adeguata – in senso quantitativo e qualitativo – alla mole e all’eterogeneità dei cespiti da gestire. Proposte in tal senso sono venute, ad esempio, dall’Osservatorio nazionale su confisca, amministrazione e destinazione dei beni e delle aziende, su iniziativa del Dems di Palermo".

Di cosa si tratta?
"Lo scopo delle proposte è quello di conferire maggiore efficienza, celerità e incisività al procedimento. Occorre aumentare le risorse dell’Agenzia nazionale e affidare a questo ente la gestione del bene solo dopo la confisca definitiva e non già a seguito del decreto di confisca di primo grado. L’attuale normativa, sommando i beni sottoposti a confisca di primo grado con quelli confiscati in via definitiva, fa sì che si giunga a un numero di aziende e beni, collocati in tutto il territorio nazionale, incompatibile con le limitate dotazioni umane e materiali previste dalla legge vigente per il funzionamento dell’Agenzia".

Ritiene che una migliore gestione possa rappresentare una risorsa per il Paese in tempi di crisi come questo?
"È indubbio che vi sia un bisogno di professionalità adeguate per gestire i patrimoni confiscati. Si tratta di un impegno che poggia sulla consapevolezza di come la promozione della legalità economica costituisca una leva formidabile non solo per contrastare il malaffare, ma anche per contribuire allo sviluppo economico del Paese in un momento così delicato".

Evitando così che i beni restino inutilizzati?
"Come ha affermato il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, ‘un bene che non si può utilizzare, non completa fino in fondo quella che è la funzione della confisca e cioè l’utilizzo di quel bene’. Solo così sequestro e confisca possono diventare – invece di mere sanzioni – occasione e fonte di sviluppo, per creare occupazione e servizi".