DOPO IL TERREMOTO
Sbloccati dall’Ue 670 milioni di fondi ma non bastano per la ricostruzione
È giunto ieri da Bruxelles l’assenso definitivo ai fondi europei per le zone colpite dal terremoto nella scorsa primavera. Si tratta di 670 milioni, destinati in massima parte all’Emilia, che arrivano dal Fondo di solidarietà creato in sede Ue. Mentre, sempre ieri, una nuova ordinanza del Commissario delegato alla ricostruzione ha stanziato 7,6 milioni di euro per la messa in sicurezza di edifici pubblici. Sulla situazione del tessuto produttivo nelle aree emiliane a 6 mesi dal sisma Francesco Rossi, per il Sir, ha interpellato Marco Granelli, presidente di Confartigianato Federimprese Emilia Romagna. Nei 57 Comuni delle 4 Province di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio Emilia, colpiti dal terremoto, si trovano 45.566 imprese artigiane, pari al 55,9% del totale delle imprese artigiane attive nelle 4 Province. I lavoratori interessati sono 102.533, pari al 54,9% dell’occupazione complessiva nell’artigianato nelle 4 Province.
Ieri l’Ue ha "sbloccato" i 670 milioni promessi per le zone terremotate. Cosa ne pensano le imprese colpite dal sisma?
"È indubbiamente un fatto positivo: eravamo letteralmente rimasti ammutoliti di fronte al dibattito precedente, ci sembrava paradossale che fosse messo in discussione questo contributo. Tuttavia, dobbiamo pure riconoscere che questa cifra e gli altri stanziamenti giunti finora non bastano a lenire lo stato di grave disagio nel quale versano le zone terremotate. Occorre uno sforzo ancora più intenso delle istituzioni e della parti sociali per portare prima possibile risorse, e che queste siano messe in circolo. Le nostre imprese sono state eroiche in questi mesi, ma oggi aspettiamo un segnale concreto: la brutta stagione è arrivata, mentre stenta a giungere il credito da parte delle banche a fronte degli aiuti promessi da regione e governo ma ancora impaludati nella burocrazia".
Come stanno reagendo gli imprenditori?
"Vedo una situazione di depressione, mortificazione e, al tempo stesso, rabbia da parte di tanti nostri imprenditori, che sta sfociando in un disagio sociale ed economico importante. Questa zona produce il 2% del Pil italiano e quest’anno la recessione collima quasi con questo dato: non è solo un caso…".
Subito dopo il sisma si era detto che le industrie non potevano fermarsi, bisognava partire quanto prima pena la perdita delle commesse e, in prospettiva, d’importanti quote di mercato in favore di concorrenti anche stranieri. Sei mesi dopo, qual è la situazione?
"Qualcuno, grazie anche a una solidarietà importante, intelligente ma pure costruttiva all’interno del sistema associativo, ha commissionato i propri ordini ad altre aziende italiane che hanno dato la loro disponibilità a lavorare ‘per conto terzi’, cercando di sopperire alle difficoltà delle imprese terremotate. Però oggi si sta facendo sempre più pressante la necessità di avere una disponibilità di fondi certi, in grado di dare garanzie al sistema bancario per permettere l’erogazione di quei crediti necessari per ricostruire. Sulla carta tutto funziona, ma in concreto, nel rapporto tra mondo del credito e dell’imprenditoria, o si hanno certezze sugli importi e sui tempi di erogazione, oppure non viene concesso nulla, e la situazione rischia di diventare insostenibile".
Di quali cifre stiamo parlando?
"Servono miliardi di euro, le necessità sono molto maggiori rispetto alle cifre finora stanziate. I danni alle attività produttive sono, a mio parere, la parte predominante su tutti i danni stimati sul territorio".
Avete registrato casi d’imprenditori che, in seguito al terremoto, hanno chiuso le loro attività?
"Sta emergendo sempre di più, da parte di tanti imprenditori, la voglia di gettare la spugna, di fronte alle lungaggini burocratiche e alla carenza di aiuti tangibili. È già difficile, oggi, andare avanti con un’attività ‘normale’. In queste situazioni, con capannoni distrutti o lesionati e incertezze su quando arriveranno finanziamenti a sostegno delle attività, se non ci saranno risposte concrete a breve diversi saranno costretti a fare un passo indietro".
E che ne sarà dei lavoratori?
"La posta in gioco è dar da mangiare alla gente. Gli imprenditori non vanno lasciati soli, perché se le nostre imprese non hanno un tetto sotto il quale svolgere la propria attività e sono costrette a chiudere, chi ne farà le spese saranno proprio i tanti lavoratori e le loro famiglie, con il grave pericolo di uno sfilacciamento del tessuto sociale. Si pensi agli artigiani, alle piccole e medie imprese: qui tanti sono ‘casa e bottega’, e il problema della bottega si traduce inesorabilmente e immediatamente in un problema per la famiglia".
Ma fino a quando si può attendere?
"Le risposte concrete servirebbero oggi stesso. Occorre un impegno massimo, pur comprendendo le difficoltà e i necessari passaggi burocratici. Ma qui si fonda l’economia dell’Italia, oltre che del territorio: siamo di fronte a gente che non specula, che fa del lavoro una parte importante della propria vita. Non si può più indugiare".