DOPO IL TERREMOTO
L’appello del card. Caffarra (Bologna) per costruire chiese prefabbricate
Dal card. Carlo Caffara è venuto ieri sera un "grido di dolore": le tensostrutture utilizzate come Chiese dopo il terremoto dello scorso 20 maggio "a breve non saranno più o saranno difficilmente agibili", ma "non ci vengono concessi i nulla-osta per la preparazione di dignitosi prefabbricati" ove celebrare la liturgia. L’arcivescovo di Bologna, card. Carlo Caffarra, è intervenuto a proposito della costruzione di chiese provvisorie nelle zone del bolognese colpite dal terremoto dello scorso maggio. Il pensiero, in particolare, è rivolto a Pieve di Cento, la città di Cento e Mirabello.
L’appello del cardinale. A margine dell’inaugurazione della mostra "Architetture della Fede. Chiese d’Italia dalle origini al Rinascimento", ieri sera a Bologna, il cardinale ha voluto esprimere la sua "grave preoccupazione" per la situazione. "Il recente sisma ha ricordato ha colpito numerose chiese: alcune sono veri capolavori; altre, umili chiese ma amate e curate. Abbiamo pertanto numerose comunità che non possono usare i loro edifici di culto, vuoi perché distrutti vuoi perché non sicuri". Subito dopo il sisma le comunità parrocchiali si sono attrezzate con rimedi di fortuna, celebrando all’aperto o sotto le tende, se non vi erano altri luoghi idonei disponibili. Ora, però, l’"approssimarsi dell’inclemenza della stagione", in mancanza di soluzioni alternative, porterà a "comunità private dei loro luoghi sacri o a rischio di esserlo a breve termine" e "la prossimità delle feste natalizie rende ancora più dolorosa la situazione". Il problema, ha rimarcato il card. Caffarra, è che "non ci vengono concessi i nulla-osta per la preparazione di dignitosi prefabbricati, ovviamente a nostre spese". "Aspettare che siano agibili le chiese distrutte o lesionate ha sottolineato significa aspettare mesi o perfino anni: e intanto? Dove celebrare funerali eventuali, matrimoni, battesimi, e soprattutto l’Eucarestia festiva?". L’arcivescovo ammette di non avere "alcun potere" di fronte a tale situazione, "se non quello di farmi voce dolente di tante comunità che potrebbero sentire aggiungersi amarezza ad amarezza".
Tra autorizzazioni e dinieghi. "L’esigenza primaria, per la Chiesa, è quella di poter celebrare degnamente l’Eucaristia", sottolinea al Sir don Mirko Corsini dell’Ufficio amministrativo dell’arcidiocesi di Bologna, spiegando che "il cardinale, con questo appello, fa riferimento ad alcune chiese, nelle quali non è possibile intervenire in breve tempo, che fanno capo a comunità numerose". Il conto è presto fatto: a Pieve di Cento "l’amministrazione comunale non vuole consentire di costruire un edificio provvisorio nel campetto di proprietà della parrocchia, inaugurato un anno fa"; a Cento dove la chiesa provvisoria farebbe le veci delle due parrocchie cittadine e del santuario della Rocca il diniego viene dal fatto che "lo spazio individuato prenderebbe parte dell’area attualmente occupata da un centro per gli anziani, pur essendo di proprietà dei frati"; a Mirabello, invece, "la chiesa è crollata, ma non ci danno un’area per costruire". Il sacerdote ricorda tuttavia come il problema non riguardi altre aree colpite dal terremoto: il comune di Crevalcore "ha concesso un’area pubblica e vi è grande collaborazione", come pure con l’amministrazione di Galliera; al momento non vi sono più problemi neppure per le aree individuate a Penzale e Renazzo (frazioni di Cento), a Poggio Renatico "stiamo trattando per un edificio comunale da utilizzare come chiesa e struttura per le attività parrocchiali" e pure a Sant’Agostino ferrarese "i problemi sono stati risolti".
La priorità è l’Eucaristia. Le chiese provvisorie, frutto di uno studio promosso dalla Fondazione Lercaro, dovrebbero accompagnare le comunità parrocchiali fino al ripristino ove possibile dei luoghi di culto originari, per poi essere destinate ad altri usi. "La paura rimarca don Corsini è che, dopo aver fatto le strutture provvisorie, non ci curiamo più delle chiese danneggiate, ma non è questa la nostra intenzione. In questo momento, però, la priorità è poter esercitare il culto, un diritto messo a repentaglio dalle scelte di amministrazioni comunali e sopraintendenza". Anche questa, infatti, viene additata come responsabile dei ritardi e dei dinieghi per i suoi "tempi biblici" nel prendere decisioni, che "non tengono conto della situazione d’emergenza", oltre che per "pareri divergenti tra le assicurazioni offerte dai tecnici che hanno effettuato i sopralluoghi e, poi, le decisioni dei dirigenti". Fino a giungere al "grido" del cardinale, segno di una "protesta pubblica", conclude don Corsini, "alla quale siamo stati costretti a giungere dopo aver percorso tutte le strade diplomatiche possibili".