CHIESA E DIGITALE

L’esperienza insegna

La logica della Rete getta una nuova luce sulla comprensione della fede

È iniziata oggi a Roma la sessione residenziale del corso 2012 di alta formazione per animatori della comunicazione e della cultura (Anicec), intitolato "Officina Digitale" (info: www.chiesacattolica.it/comunicazione). A Chiara Giaccardi, docente di sociologia e antropologia dei media all’Università Cattolica di Milano, che interverrà domani sul tema "Imparare dall’esperienza", il Sir ha posto alcune domande.

Il mondo digitale in che modo può favorire l’esperienza?
"Il mondo digitale può favorire l’esperienza perché il carattere dell’interattività è tipico di chi frequenta e abita la Rete. In Rete nessuno è solo spettatore: la Rete invita a entrare, partecipare, agire, anche se un’azione può essere molto semplice come schiacciare un ‘mi piace’ o scambiarsi dei contenuti. E la partecipazione e l’azione sono tra le condizioni dell’esperienza, necessarie anche se non sufficienti".

Attraverso i social network si possono creare nuovi spazi d’incontro senza pregiudizi sociali, razziali, religiosi?
"Sono convinta di sì. Bisogna partire dal presupposto che lo spazio dei social network non è uno spazio irreale, ma una realtà di diverso tipo. Io sono tra i sostenitori che la realtà sia una e i nostri territori di esperienza siano diversificati: alcuni sono materiali e concreti e altri smaterializzati ma non meno reali. Proprio perché la realtà materiale ha degli ostacoli (distanze, cerchie sociali chiuse, routine), lo spazio digitale apre delle possibilità nuove, ad esempio di aggregazione intorno a dei temi. Su Twitter, attraverso gli hashtag, s’identificano alcuni filoni tematici ed eventi che diventano catalizzatori di scambi tra persone che prima non si sarebbero mai incontrate. La continuità tra l’online e l’offline è un dato, soprattutto per le nuove generazioni. Chi frequenta i social network è interessato poi a incontrarsi nella vita reale. I social network sono dei modi di manutenzione delle relazioni faccia a faccia, anche quando l’incontro in presenza non è possibile. Credo che non ci sia un rapporto a somma zero, ma un rapporto di sinergia: cioè il digitale potenzia la nostra capacità d’incontrarci e di costruire una relazione piena e non limitata dai vincoli spazio-temporali e anche sociali".

Quali attenzioni e competenze sono necessarie per utilizzare bene e senza rischi il digitale?
"Più delle capacità tecniche, sebbene un minimo di alfabetizzazione sia importante, è necessario capire le logiche, che sono profondamente diverse da quelle a cui di solito siamo abituati: quelle del libro, della televisione, del volantino, del bollettino. Bisogna capire i significati, i linguaggi e le nuove modalità di entrare in relazione che questi media sollecitano".

Nelle nostre comunità ci sono molti anziani. Il digitale li può emarginare o diventare un’opportunità per un’alleanza intergenerazionale?
"Chi è avanti con gli anni si sente un po’ tagliato fuori, ma le ricerche dimostrano che sempre più anziani stanno imparando a usare i social network e usano ad esempio skype, un modo economico e soddisfacente per rimanere in contatto con figli e nipoti lontani. Il lavoro di alfabetizzazione degli anziani può essere un’occasione di contatto intergenerazionale: anche nelle parrocchie i giovani possono insegnare ai più vecchi questi linguaggi tecnologici. Nello stesso tempo, bisogna rompere gli stereotipi, secondo cui la tecnologia è un’opzione: è, piuttosto, un ambiente da cui non ci si può volontariamente tagliare fuori. Aiutare i più anziani a entrare in questo nuovo mondo diventa così un’opportunità di nuove vicinanze tra diverse generazioni".

Quanto i nuovi mezzi possono essere utili per comunicare il Vangelo e le iniziative delle nostre comunità?
"È una grandissima occasione. Io sono su Twitter e seguo molte diocesi che sono entrate in Rete. È un’opportunità straordinaria per uscire dal perimetro fisico e dalle cerchie sociali ristrette che inevitabilmente caratterizzano gli ambienti ecclesiali per ragioni strutturali. Credo che ci sia anche un elemento in più: il digitale non è solo un megafono che raggiunge persone più lontane, quella della Rete è una logica che è più vicina al linguaggio evangelico. San Paolo dice che dobbiamo diventare i collaboratori di Dio attraverso Cristo. Questa modalità attiva che ci è richiesta si sposa benissimo con la logica della Rete, in cui ciascuno coopera e collabora. Ed è quello che sta cercando di spiegare padre Antonio Spadaro con la sua riflessione sulla cyberteologia: cioè come non solo la fede ci aiuta a vivere la Rete in un certo modo, ma come la logica della Rete getta una nuova luce sulla nostra comprensione della fede. Credo che queste due strade siano da mantenere entrambe perché la capacità di leggere i segni dei tempi significa cogliere le opportunità che il nostro tempo ci dà, per capire che il messaggio che abbiamo ricevuto è sempre attuale e riscoprirlo con occhi nuovi. I nostri occhi si abituano, s’impolverano, si addormentano, ma la Rete ci scuote e c’invita a riprendere in mano questo messaggio con una sensibilità diversa e più attenta alla dimensione della partecipazione".