INFORMAZIONE RELIGIOSA

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Una tavola rotonda promossa dall’Ucsi sulla sala stampa della Santa Sede

"La nascita e lo sviluppo della sala stampa vaticana dal Concilio ad oggi". È il tema della tavola rotonda (clicca qui) tenutasi oggi a Roma, nell’aula magna della Lumsa (Libera Università Maria Santissima Assunta), per iniziativa dell’Ucsi (Unione cattolica stampa italiana) e del "master in giornalismo" della Lumsa. Nella ricorrenza dei 50 anni dell’apertura del Concilio Vaticano II l’incontro si è soffermato sulla sala stampa della Santa Sede, istituita nel 1966 come evoluzione del servizio stampa che supportava i giornalisti al seguito dei lavori dell’assise conciliare. All’incontro, tra i partecipanti, insieme a padre Federico Lombardi, attuale direttore della sala stampa vaticana, a Gian Maria Vian, direttore de "L’Osservatore Romano", anche Joaquín Navarro Valls, per ventidue anni direttore della sala stampa vaticana. Daniele Rocchi, per il Sir, lo ha incontrato a margine della tavola rotonda, ed ha fatto il punto sull’informazione religiosa anche alla luce di recenti fatti di cronaca.

I fatti di cronaca, più o meno recenti, che hanno visto la Chiesa e suoi esponenti al centro dell’attenzione mediatica nazionale e internazionale, ripropone anche la questione del ruolo dell’informazione religiosa e di come raccontare il fatto religioso. Quale futuro vede per la comunicazione religiosa?
"Non sarei tanto pessimista. L’informazione religiosa è molto attuale e il mondo l’aspetta, la cerca. Queste vicende ultime non si situano al centro del messaggio cristiano. Queste vicende non hanno affatto provocato l’abbassamento dell’interesse per il messaggio, ricchissimo di idee e di concetti, di Benedetto XVI. Nei miei viaggi all’estero, negli incontri, nelle università, in Usa e in Europa per esempio, vedo un grande interesse a livello intellettuale per il magistero del Papa e per la ricchezza di quello che dice".

Crede che gli operatori della comunicazione non siano del tutto pronti e preparati per raccontare il fatto religioso?
"Penso si tratti non solo di preparazione degli operatori ma anche di chi deve rilasciare il messaggio e se questo lo rilascia con la chiarezza adeguata in modo tale che possa essere compreso o se risulta un linguaggio ambiguo. Esiste il problema di chi deve dare adeguatamente la comunicazione. C’è poi l’informatore al quale chiederei certamente competenza ma soprattutto onestà, di non travisare la verità in funzione di altri interessi. Raccontare quello che è. Evitare il giornalismo fazioso".

Al Sinodo sulla nuova evangelizzazione si è rimarcata l’importanza dei media nell’annuncio del Vangelo. In questo campo la Chiesa ha fatto passi avanti, ma molto resta da fare… È d’accordo?
"La Chiesa non poteva non farli. Viviamo in una società della comunicazione e non si può restare ai margini o peggio alieni a questo mondo. Se si poteva fare meglio è di più? Dico che c’è sempre lo spazio e il margine per migliorare. Andrebbe poi visto il tema in modo selettivo per aree, Paesi, situazioni. C’è sempre da imparare, ed è uno sforzo da fare e sempre meglio".

La varietà dei mezzi di comunicazione sociale all’interno delle Chiese, così come della Santa Sede, chiede sempre più strette sinergie necessarie ad amplificare l’annuncio del Vangelo…
"Di questo si discute molto. La mia opinione personale è il rispetto dell’autonomia altrimenti si rischia di creare un ghetto. Ognuno vada per la sua strada, nel rispetto delle caratteristiche di ogni strumento. Naturalmente il materiale informativo in molte situazioni coincide, è lo stesso, ma ognuno lo racconti al proprio pubblico con il proprio linguaggio. Ci sono dei pubblici, bacini e interessi diversi. Sarei quindi per l’autonomia".

Sono sempre di più coloro che desiderano entrare nel mondo della comunicazione e studiano per diventare comunicatori e giornalisti. Che consiglio si sente di dare loro?
"Innanzitutto di essere onesti, seri e avere un’idea di che cos’è il giornalismo. Esso è il comunicare un’esperienza che, penso, sia vera. Se manca l’esperienza, non faccio giornalismo ma news-fiction, invento il fatto che trasmetto. Se quello che trasmetto, poi, non lo giudico vero, faccio propaganda. Sull’idea di giornalismo sarei molto esigente".

Per raccontare il fatto religioso, la Chiesa, è necessario essere credenti?
"In ventidue anni passati come direttore della sala stampa vaticana non ho mai chiesto a nessuna persona che chiedeva l’accredito se era credente o non credente. La base del giornalismo non è la confessionalità, ma l’onestà di fronte alla notizia".

Cosa le ha lasciato la sua lunga esperienza in sala stampa?
"Un mondo enorme di ricordi e la ricchezza di aver vissuto vicino a due personalità come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Sono grato a Dio per questo!".