UE-USA

Un confronto stringente

L’opinione pubblica europea segue da vicino la corsa alla Casa Bianca: perché?

"I cittadini dell’Unione conoscono Romney, Obama, Clinton e McCain meglio di Barroso e Van Rompuy. Ci appassionano di più le campagne elettorali che hanno luogo negli Stati Uniti dove non votiamo, delle elezioni europee": lo affermava a chiare lettere il settimanale svedese "Fokus" in un numero della scorsa estate. Con il surriscaldarsi della corsa per la Casa Bianca, sulla sponda europea dell’Atlantico ci si è domandati più volte e in contesti differenti se gli Stati Uniti possono essere un "modello di democrazia" per il Vecchio continente. Con un occhio alle elezioni per l’Europarlamento, che si svolgeranno nel 2014.

Ruolo e peso specifico. Potrà apparire banale, ma è difficile da smentire l’affermazione di "Fokus", poi ripresa da altre testate europee: i nomi del presidente Barack Obama e dello sfidante Mitt Romney sono più conosciuti nell’opinione pubblica tedesca o francese, portoghese, italiana, romena e, ovviamente, britannica, rispetto a quelli del presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, o di quello della Commissione, José Manuel Barroso. Certamente un qualunque cittadino Ue ha chiara la percezione della rilevanza geostrategica, economica, politica e militare degli Stati Uniti a livello mondiale, e dunque dell’importanza del suo presidente: gli attori sullo scenario globale cambiano, si moltiplicano quelli che "contano" più di altri, dalla Cina al Brasile, dalla Russia al Sudafrica, dall’India al Messico, ma gli Usa restano in "pole position" per valore relativo. Meno chiara risultano il ruolo e il peso dell’Unione europea: quanto conta? Può trattare alla pari con gli altri protagonisti planetari?

Una nuova governance. Domande lecite, senza una risposta netta o scontata. L’Unione europea è oggi una delle grandi potenze economiche mondiali, anche se la crisi ne ha colpito il sistema finanziario e creditizio, ha messo in ginocchio un numero incredibile di imprese, ha creato milioni di disoccupati (Eurostat ne conta oltre 25 milioni, un quinto dei quali giovani) spingendo sulla soglia di povertà un numero non ancora precisato di famiglie. La recessione ha inoltre minato nel profondo i conti pubblici di diversi Stati appartenenti all’Eurozona, tanto da costringere l’Europa ad avviare un lungo processo di revisione delle regole della governance, toccando temi finora rimasti tabù, come l’unione bancaria, quella di bilancio e fiscale, fino a delineare un grande obiettivo finale, rimasto da vent’anni sulla carta: una compiuta unione economica e monetaria che, al di là dell’euro, apra la strada a un’Europa federale (pur nella versione ridotta di una "federazione di Stati nazionali)", come va sostenendo da un paio di mesi il presidente della Commissione Barroso.

Usa, partner sicuro. L’Europa in realtà guarda a Washington come a un alleato stabile e credibile; un partner economico di primissimo piano; un punto fermo dello scacchiere mondiale in così rapida evoluzione. E in occasione di queste elezioni presidenziali sembra ravvisarsi grande attenzione per gli eventi americani, e al contempo un calo della partigianeria con la quale nelle precedenti elezioni i politici, i cittadini e i mass media europei si erano schierati, di volta in volta, per Clinton o Bob Dole, per Bush figlio o Al Gore, per lo stesso Bush Junior e John Kerry, per Obama o McCain. Forse per gli europei più che questo o quel presidente, conta proprio la stabilità dei rapporti tra le due sponde dell’oceano, pur senza negare – sarebbe impossibile farlo – che proprio dagli Stati Uniti e dal loro malato sistema finanziario è giunta in Europa la crisi attuale, che da finanziaria si è appunto trasformata in economica, occupazionale, sociale. Ne sanno qualcosa i greci che, proprio in questi giorni, lottano per salvare il bilancio nazionale e il loro stesso Paese.

Integrazione rafforzata. Tornando all’interrogativo iniziale: perché conosciamo più Obama di Van Rompuy? Perché parliamo più di Romney che di Barroso? Forse per due ragioni. La prima: i media di ogni Paese europeo trattano più diffusamente delle elezioni americane che della ordinaria vita politica di Bruxelles e Strasburgo. Forse la politica a stelle e strisce fa più notizia, ma di certo quella europea è sottorappresentata nei media nostrani. La seconda ragione è più complessa: mentre agli Usa si riconosce una forte soggettività, riconoscibile in tutto il mondo (gli Stati Uniti sono oggettivamente una nazione protagonista a ogni livello, dalla politica all’economia, dall’esercito all’energia, dalla scienza allo sport, dall’editoria al cinema…), all’Europa mancano ancora questo ruolo e questa coesione, o almeno non ha acquisito una visibilità tale da essere collocata tra i "grandi" del pianeta. È la stessa complicata e frammentata architettura politica sulla quale si basa l’Ue che non aiuta a mostrare l’unità europea; unità che, pian piano, si va creando nelle sedi del Consiglio, della Commissione e del Parlamento Ue. Rendersi conto di questa realtà e marciare speditamente verso una integrazione economica e politica rafforzate, pur nel rispetto delle specificità nazionali, è esattamente la sfida che l’Ue ha di fronte a sé.