USA-EUROPA

Più strisce che stelle

Washington non ha alcun interesse a spronare l’Europa a sviluppare una voce indipendente

Di Europa in questa campagna elettorale americana si è parlato spesso, e quasi sempre in termini negativi. L’Unione europea e alcuni suoi Paesi membri sono stati additati, soprattutto dal candidato repubblicano Mitt Romney, come un esempio da non seguire, come il risultato del fallimento di "politiche stataliste". Per capire cosa muterebbe nei rapporti transatlantici se Romney dovesse vincere le elezioni, e per comprendere meglio qual è stato il ruolo della crisi dell’euro nella fiacca ripresa economica americana, Damiano Beltrami, corrispondente del Sir da Washington, ha intervistato Michael Brenner, professore emerito di Relazioni internazionali alla University of Pittsburgh e senior fellow at the Center for Transatlantic Relations della Johns Hopkins University.

Che cosa cambierebbe per l’Europa se il candidato repubblicano vincesse le elezioni, professor Brenner?
"Romney ha dichiarato che la Russia è la maggiore minaccia strategica per gli Stati Uniti. Non è chiaro di che cosa stia parlando. Ma da un po’ di tempo a Washington c’è il sentore che le relazioni con Putin si siano deteriorate. Questo per i passi da gambero in senso democratico del governo di Mosca, e per le ricorrenti critiche di Putin al comportamento dell’America sulla questione siriana e non solo. Se Romney assumesse un atteggiamento più ostile verso la Russia questo avrebbe ricadute anche sulle relazioni tra Mosca e Bruxelles".

Può fare qualche esempio?
"Washington cercherebbe di mobilitare l’Europa, farla impegnare su una posizione più dura nei confronti di Mosca, per esempio in termini di politica economica, in particolare energetica. Per esempio per quanto riguarda l’estensione del gasdotto russo South Stream, che collegherà direttamente Russia e Ue. In generale, in campo energetico, i Paesi attorno al Caspio ricchi di petrolio tenderanno a smarcarsi dagli Stati Uniti e si avvicineranno ulteriormente a Mosca, che continuerà a ristabilire la sua sfera d’influenza. E data l’importanza di quelle regioni per rifornire l’Europa, anche il vecchio continente sarebbe coinvolto".

Al di là di un atteggiamento più energico nei confronti della Russia, quale sarebbe la "dottrina Romney" in politica estera?
"Non esiste ‘la dottrina Romney’. La sua visione è allineata con quella dominante nel partito repubblicano, quella cioè di un’America muscolare. Ma credo che ci sarà una sostanziale continuità con la politica estera di Obama. A meno che i neoconservatori, che erano il gruppo più influente durante l’amministrazione Bush – e molti potrebbero diventare consiglieri di Romney – riescano a prendere in mano la situazione e impongano la loro agenda. In quel caso potremmo osservare politiche ancor più combattive di quelle poste in atto dall’amministrazione Obama, specialmente per quel che riguarda l’Iran".

Di Europa si è parlato molto in questa campagna elettorale, e quasi sempre in negativo, come uno spauracchio, quasi fosse la nuova Unione sovietica. Perché?
"Negli ultimi decenni in America la ricetta economica liberista è divenuta un dogma. Al contempo l’Europa è stata sempre più bollata come una social-democrazia, e taluni politici non conoscendo la differenza tra social-democrazia e socialismo hanno finito per adottare questa seconda etichetta. I signori che affermano questo non sanno, però, che pure l’idea del libero mercato arriva dall’Europa. Mai sottovalutare il livello di ignoranza che pervade la classe politica americana…".

L’amministrazione Obama ha spesso accusato più o meno velatamente la crisi dell’euro di aver indebolito la ripresa economica Usa. Lei è d’accordo?
"Questa è una scusa degli uomini di Obama. Il fatto che non ci siamo ripresi più rapidamente non è dovuto alla crisi dell’euro. È dovuto al fatto che la nostra economia ha ancora seri problemi strutturali: non è stata approvata alcuna riforma finanziaria degna di nota; i soldi sono sempre più concentrati nelle mani di un segmento molto piccolo della popolazione, il cosiddetto 1%; e il piano di stimolo economico è stato troppo limitato. La crisi europea non c’entra. L’Europa semmai con questi piani di austerità sta commettendo un suicidio, a mio parere, ma questa è un’altra storia…".

Più in generale come vede oggi le relazioni tra Usa e Ue?
"Da una decina d’anni a questa parte l’America presta sempre meno attenzione a ciò che accade in Europa. In politica estera Washington guarda all’Ue come a un gruppo di Paesi da molto tempo dipendenti dagli Stati Uniti e passivi, che si accodano a strategie e politiche pensate e gestite a Washington: pensiamo all’Iraq, all’Afghanistan, alla guerra contro al-Qaeda in Africa. La seconda area al mondo per concentrazione di ricchezza, l’Europa, non solo rinuncia a contare, ma è sempre pronta ad appoggiare qualsiasi priorità degli Stati Uniti. Per cui dal punto di vista degli Usa la relazione è ottima. Washington non ha alcun interesse a spronare l’Europa a sviluppare una voce indipendente su tali questioni. Agli Stati Uniti le cose stanno benissimo così".