FIUGGI FAMILY FESTIVAL
”33 postcards”, della cinese Pauline Chan, ieri in visione speciale
Se ogni vita, di per sé, è già un viaggio, per mandare una cartolina non è strettamente necessario andare in vacanza. Di cartoline Mei Mei, l’orfana cinese senza nome, e il suo benefattore, l’australiano signor Randall, durante dieci anni di corrispondenza se ne scambiano trentatré, un numero non casuale. "Il tre in Cina indica la vita, e nel titolo del film viene ripetuto due volte perché in gioco c’è la vita di due persone", spiega Pauline Chan, regista autrice di "33 postcards", a margine della proiezione del suo film. Il lungometraggio, proposto ieri (18 ottobre) in una visione speciale a Roma, nella Sala del mappamondo della Camera dei deputati, ha partecipato in anteprima europea all’ultima edizione del Fiuggi Family Festival, ricevendo una menzione d’onore speciale "per l’intraprendenza produttiva nel dialogare e collaborare con l’industria cinematografica della Repubblica popolare cinese in un possibile percorso condiviso di progettazione". Si tratta, infatti, di una co-produzione internazionale tra Cina e Australia che racconta la vita e la relazione di una bambina con il suo benefattore, ed è ambientato tra un orfanotrofio cinese e un carcere australiano.
Farsi carico dei bisogni dell’altro. "Un film pensato e immaginato al femminile", ha esordito la parlamentare Paola Binetti, "perché non rifugge le questioni spinose ma le tratta con delicatezza. La vera sfida è raccontare questo mondo senza mai perdere di vista la strada della speranza. Seppur in un mare di difficoltà, c’è un’umanità che possiamo ritrovare sempre", e che emerge con l’arte. Nel film, ha detto Binetti, c’è "la sintesi del dolore e della sofferenza", ma anche il "rilancio dell’impegno a farsi carico degli altri". È una gara non competitiva a soddisfare i bisogni dell’altro, quella tra Mei Mei (interpretata da Zu Lin) e il signor Randall (Guy Pearce), i quali, pur galleggiando nei gusci della loro solitudine, provano a volersi bene. Dentro alle lettere che l’uomo manda alla figlia adottiva c’è tutto un mondo meraviglioso, fatto di spiagge, nidi di aquile, prati verdi e domeniche in famiglia. Quella famiglia di cui Mei Mei ha così disperatamente bisogno e che sogna un giorno di raggiungere. Randall, il papà-ranger australiano, diventa custode dei segreti della bambina, in una fusione di pensieri e confidenze priva di filtri, nonostante le distanze.
Tra affetti ed evasione. "La cultura australiana e quella cinese hanno visioni culturali e antropologiche così diverse, eppure tanto affascinanti. L’idea sottesa al film è che, al di là di tutto, l’uomo è portatore e donatore di affetto", commenta Antonella Beveri, presidente del Fiuggi Family Festival. Mei Mei, che in cinese vuol dire "sorellina" ed è un "non-nome" datole perché un nome proprio non ce l’aveva, grazie al sostentamento che le invia il signor Rendall può andare a scuola, studiare inglese e canto, e dirige il coro dell’orfanotrofio. Quando, in occasione di un festival musicale, arriva a Sidney, è determinata a trovare il suo "papà". Ad accoglierla, nessun fratellino che gioca in giardino sotto il cielo azzurro, e nessuna casa sulla spiaggia, ma quattro mura di una squallida cella carceraria, dalla quale prendevano il volo, ormai da dieci anni, le cartoline e la fantasia di Randall, che disegnava la realtà di cui lui e Mei Mei avevano bisogno.
Il pianto dei bambini. La sedicenne, grata e desiderosa di restituire un po’ dell’amore che aveva ricevuto, con tenacia crea pian piano un piccolo varco nella diffidenza di Dean, e nella sua ferita apre una feritoia dalla quale far passare la purezza dei suoi sentimenti: "Posso tornare domani?", gli chiede andando via dal carcere. Ed è una promessa di famiglia. "Ma qui sei sola", dice Randall alla ragazzina quando gli comunica che intende rimanere in Australia. "Anche tu", risponde lei, "e ora non lo saremo più". Fino a che Mei Mei, crescendo, diventa Mimì. Sfiorando, inconsapevolmente, il mondo dell’illegalità e arrivando ad un passo dal baratro, giusto in tempo per decidere che i bambini del coro, in Cina, hanno bisogno di lei: "I bambini piangono, ma nessuno ascolta", ripete.
Una seconda possibilità. Per confezionare il film alla regista sono occorsi sette anni: "Cinque per scriverlo e due per farlo", racconta. "Amore, amicizia e valori familiari sono gli ingredienti di tutte le storie fondamentali, universali". Gli elementi di fondo, prosegue Pauline Chan, sono due: "Il tentativo di capire gli altri esseri umani e la seconda opportunità, di cui tutti, nella vita, abbiamo bisogno". La vicenda attinge a molte storie vere, sparse per il mondo: "Ho conosciuto tanti bambini in difficoltà. Con molti problemi e un unico sogno: incontrare le persone che li avevano aiutati" e, prosegue, "sono venuta a conoscenza della storia di un carcerato australiano che per mitigare il senso di colpa di un omicidio aveva dato tutto il suo denaro a un’organizzazione che si occupava di bambini. Nella vita reale queste due figure non si sono mai incontrate, lo fanno nel film, e cambiano le reciproche vite per sempre".
La primavera nel nome. L’Australia, per Mimì, potrebbe sembrare la scelta migliore, ma è la Cina la sua vera casa. Dall’isola dei canguri andrà via solo dopo che il signor Randall, come fanno tradizionalmente i genitori in Cina, l’avrà battezzata con un nuovo nome: "May", maggio: "Così quando in Cina è primavera e in Australia sarà autunno, porterai la primavera anche qui", le dice. Il rapporto tra May e il signor Randall continua come era nato. "Sono arrivate due piccole orfane, hanno le voci ancora deboli ma insegnerò loro a cantare – scrive May al suo papà nelle ultime scene del film -. Sentirai come sono migliorate quando, in primavera, verrai a trovarci".